21/12/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



La ginecologa indiana Shashikala si occupa, gratuitamente, degli immigrati di Dubai

di Elisabetta Norzi e Christian Elia

Il sole si è da poco alzato su Dubai. In un cortile di Karama, un quartiere popolare della città abitato in maggioranza da migranti indiani, cuociono sul fuoco grandi pentole di riso, curry, spinaci e lenticchie. Comincia da qui, ogni mattina all'alba, la giornata della dottoressa Shashikala. Un sari clorato le avvolge il corpo minuto, i suoi movimenti sono veloci: riempie quattro bidoni di plastica con il cibo e ci chiede di aiutarla a caricare tutto sulla macchina. Col sorriso sulle labbra, spiega che da tre anni, tutti i giorni, questa è la sua vita: distribuisce pasti e medicine agli illegal workers, i lavoratori migranti che hanno perso il lavoro e non hanno più il permesso di soggiorno. La prima tappa è Sonapur, alle porte di Dubai. In hindi significa "città d'oro", ma a ricordare il colore dell'oro c'è solamente la sabbia, che ricopre tutto e si infila ovunque: Sonapur è un'immensa città dormitorio che per chilometri e chilometri si fa spazio nel deserto. In angusti edifici di cemento tutti uguali, vivono migliaia di lavoratori: indiani, pakistani, bengalesi, cinesi. Da dietro un cumulo di detriti, un gruppo di ragazzi va incontro a Shashikala appena la sua automobile si ferma: dormono su cartoni e materassi sotto l'ombra di un albero. Non possono pagare un posto letto, non hanno i soldi per tornare a casa e alcuni non hanno più neppure il passaporto. Shashikala distribuisce il riso e li ascolta, uno ad uno: qualcuno spiega che non si sente bene, altri chiedono come possono tornare in India, altri ancora dicono che hanno lavorato per alcune settimane, in nero, ma non sono stati pagati. La scorsa estate in due sono morti per il caldo e da pochi giorni Shashikala è stata chiamata per rimpatriare altre sei salme: uno di loro è caduto da un'impalcatura in un cantiere, gli altri sono morti di malattie per la mancanza di assistenza e di cure.


Dottoressa Shashikala, come ha cominciato ad occuparsi dei lavoratori migranti?
Sono arrivata a Dubai nel 2007 e ho aperto un centro medico, a Karama. Sia io che mio marito siamo dottori e vedendo le condizioni dei lavoratori migranti, soprattutto di chi lavora nell'edilizia, non ho potuto fare a meno di occuparmi di loro: parlano la mia stessa lingua, vengono dalla mia stessa terra. La mia attività principale, oltre a ricevere i pazienti nel centro medico, è distribuire cibo e farmaci ai lavoratori migranti rimasti senza lavoro, specialmente a chi è malato e illegale nel paese. Riusciamo a sfamare in media 100-200 persone ogni giorno, ma in alcuni periodi arriviamo anche a 800. Distribuisco il cibo a Sonapur e a Sharjah, e in quest'occasione i lavoratori mi parlano dei loro problemi, fisici e non solo. Se non stanno bene, li porto con me al centro medico per visitarli. Recentemente ho incontrato diversi di loro che volevano togliersi la vita, e in due lo hanno fatto: sono morti, si sono suicidati. Io cerco di fare il possibile, quando stanno così male mi fermo a parlare con loro per ore, ma certe volte non basta. Veniamo qui a dare il cibo, conosciamo tutti, ma capita che il giorno dopo ci chiamino per dirci che qualcuno è morto. E' terribile. Quanti di questi uomini vengono da me e cominciano a piangere perché non sanno più che cosa fare. Il loro pianto mi penetra nel cuore, io non posso fare a meno di occuparmi di loro. In questi due anni e mezzo, abbiamo sostenuto oltre 10mila persone in diversi modi: li abbiamo aiutati a tornare a casa comperando centinaia di biglietti aerei per l'India, abbiamo distribuito cibo, medicine, vestiti.


Quali sono i problemi di salute più diffusi?
Le malattie più comuni sono la tubercolosi, la bronchite, la tosse cronica, le infezioni intestinali e la disidratazione. Qualche volta anche l'Aids, ma in questi casi porto i malati immediatamente in ospedale e cerco di farli tornare a casa. Ci sono poi tutti i problemi legati agli incidenti sul lavoro: soprattutto le fratture alle gambe e alle braccia, che molto spesso richiedono operazioni. Infine ci sono le patologie psichiche: in tanti soffrono di depressione e di altri disturbi mentali legati alle condizioni di vita, di lavoro, alla lontananza da casa. Nei giorni scorsi sono stata chiamata a Sonapur per un ragazzo che stava male, aveva la febbre alta ed era magrissimo: mi ha detto che è a Dubai da 11 anni e che in tutto questo periodo è tornato in India una volta sola. Sono otto anni che non vede la sua famiglia.

Per i lavoratori illegali ci sono forme di sostegno sanitario da parte del Governo?
Nei casi di emergenza i trattamenti sono gratuiti, ma se i pazienti devono seguire qualche terapia o se hanno bisogno di essere operati devono pagare di tasca loro. La questione centrale è che non è stabilito dal Governo chi si debba occupare dei lavoratori illegali. Esiste un Dipartimento per i Diritti umani, ma hanno tutti paura a chiedere aiuto perché in genere si va incontro a problemi anziché ricevere aiuto, anche perché per accedervi bisogna passare dalla polizia. Il problema è che ci sono migliaia di persone che hanno bisogno. Anche se qualcuno viene aiutato, ce ne sono continuamente di nuovi che arrivano. Recentemente ho seguito due lavoratori che si sono rotti una gamba e hanno dovuto essere operati. A uno hanno chiesto 6600 dirham, all'altro 3500. Abbiamo pagato tutto di tasca nostra, ho dato il mio passaporto e la mia carta di lavoro come garanzia, e poi abbiamo raccolto i soldi, chiedendo aiuto a tutte le persone che conoscevamo.

E le donne migranti, cura anche loro?
Sono specializzata in ginecologia, quindi mi occupo anche delle donne. La maggior parte di loro hanno permessi di soggiorno come domestiche e sono qui sole. Le curo per tutti i problemi ginecologici, ma mi occupo soprattutto dei casi di gravidanza illecita, fuori dal matrimonio, che negli Emirati è illegale. A me però non interessa se sono illegali oppure no, come dottore ho il dovere di aiutarle tutte. Una ragazza è arrivata da me quando stava quasi per partorire, abbiamo chiamato l'ambulanza, ma non è stata portata in ospedale perché non aveva i documenti in regola. Nessuna struttura voleva farla partorire. Così ho dato i miei documenti, perché ci voleva qualcuno che garantisse per lei: abbiamo trovato uno sponsor che le desse il permesso di soggiorno e ci hanno chiesto 5mila dirham per il parto; in tre giorni siamo riusciti a raccogliere i soldi. Ora la mamma lavora e il bimbo sta bene. Se non avessimo pagato il conto delle cure mediche, mamma e figlio sarebbero stati arrestati. In genere per i casi simili c'è il carcere per 3 o 4 mesi e poi la Corte decide. Molte donne vengono da me anche perché vogliono interrompere la gravidanza. Se decidono di proseguire, mi occupo di loro, gratuitamente: le aiuto con i biglietti aerei per tornare a casa, ho un posto dove farle dormire, organizzo il parto se necessario. Ognuna di loro può scegliere se prendersi cura del bambino oppure no. Chi non riesce a farlo, per motivi finanziari o sociali, ha il nostro supporto per la cura del figlio, che torna poi con la mamma appena lei riesce ad occuparsene di nuovo. Prima del parto sono spaventate, pensano di non farcela, ma alla fine il senso di maternità prevale, e quasi tutte riescono a prendersi cura dei piccoli.

In India le persone sanno come è la situazione qui a Dubai?
Magari ne hanno sentito parlare, ma nei villaggi c'è talmente tanta povertà che i ragazzi partono lo stesso. In più a tutti viene promesso di guadagnare più di quello che poi ricevono una volta arrivati qui. Molti devono pagare anche le società di reclutamento in cambio di un lavoro, si indebitano, e poi si ritrovano in queste condizioni. Lo stipendio medio per chi lavora nell'edilizia è di circa 500-600 dirham al mese (100-120 euro), ma spesso devono pagarsi anche una stanza per dormire, il cibo e quello che rimane in tasca sono 300 dirham al massimo (60 euro). Se poi devono pagare anche le compagnie di reclutamento, per i debiti che hanno contratto, il lavoro non basta più. Così decidono di lasciare e iniziano a lavorare in nero, a giornata, per provare a guadagnare di più. Ma il risultato è ancora peggiore: si ritrovano illegali, senza permesso di soggiorno e molto spesso non vengono neppure pagati per le ore che fanno.

Che supporto hanno dalla polizia o dalle Ambasciate?

Nessuno, nemmeno il Consolato, l'Ambasciata, il Tribunale del lavoro li aiuta. Se ti rivolgi a loro dicono sempre e solo "vedremo quello che si può fare". Abbiamo provato a sollevare l'attenzione dei media, ma anche loro non hanno fatto nulla alla fine. Alcuni giornalisti sono venuti a vedere come è la situazione, ma poi non ne hanno scritto: sono entrati a Sonapur con l'autorizzazione della polizia, perché questi lavoratori sono illegali, ma poi non gli è stato dato il permesso di pubblicare. Non essendo intervenuta la polizia, avrebbe voluto dire che i poliziotti non fanno rispettare la legge che punisce chi è irregolare nel paese. I poliziotti però sono musulmani e per la loro religione bisogna avere pietà per la povera gente. Così non intervengono, non cacciano gli irregolari, ma il risultato è che dei migranti illegali non ne parla nessuno.

In questi anni c'è stata qualche forma di protesta, di sciopero?
Qui non è possibile scioperare, non è permesso, è illegale. E poi questi ragazzi non hanno nessun argomento legale, sono irregolari, contro chi protestano? Dal 2007 la legge prevede l'espulsione immediata per chi non ha un lavoro e uno sponsor che garantisca per loro. E' difficile anche che si auto organizzino, perché sono molto poveri, non hanno nulla. Ed è altrettanto difficile che qualcuno li aiuti: nessuno vuole prendersi il rischio di avere a che fare con chi è illegale nel paese. Io riesco a farlo, però: sono più al sicuro perché sono un medico e sono donna. La polizia sa quello che faccio e anche se qualche volta mi ferma e mi controlla, mi lascia continuare a lavorare.

Parole chiave: dubai, migranti dubai
Categoria: Diritti, Migranti, Salute
Luogo: Emirati Arabi Uniti