16/12/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



A Madrid il processo contro giornalisti e amministratori del quotidiano basco Egunkaria, chiuso nel 2003. L'accusa: terrorismo

Sei anni dopo. A Madrid è iniziato il processo contro dirigenti e giornalisti del quotidiano basco Egunkaria, soppresso manu militari dall'Audiencia nacional nel 2003 con l'accusa di essere uno strumento al servizio di Eta. Quella chiusura, che fece seguito all'irruzione del 1998 nella redazione e tipografia di Egin, il primo quotidiano della sinistra basca chiuso dal giudice Baltasar Garzon, non è più un problema per la pubblica accusa spagnola. Tanto è vero che il giudice aveva ricevuto una richiesta di archiviazione del caso, dopo anni di attesa degi imputati che si erano fatti carcere, ma soprattutto avevano denunciato torture nei primi giorni di interrogatorio in regime di incomunicacion.

Sono due associazioni a proseguire sulla strada processuale: la Avt (Associazione vittime del terrorismo, organica alla destra spagnola) e Dignidad y Justicia, dell'estrema destra spagnola.
Martxelo Otamendi, Iñaki Uria, Xabier Oleaga, Joan Mari Torrealdai y Txema Auzmendi si sono seduti sul banco degli imputati. Per loro, comunque, l'accusa è di 'appartenenza' a Eta. La pena richiesta arriva a 70 anni di carcere.

Il caso di Egunkaria, qui i tratti fondativi e principali del primo giornale scritto interamente in euskera, la lingua basca, è simbolico di una fase storica spagnola che dal 1998 fino al 2003, ha portato a un'ondata di arresti, detenzioni, denuncie di tortura sistematiche, chiusura di organi di informazione, attacco giuridico e politico contro partiti, movimenti giovanili, di solidarietà con le famiglie dei prigionieri politici, fondazioni per la disobbediwenza civile e associazioni di base.
Questo è stato il cosiddetto maxi processo 18/98+.
Il minimo comun denominatore è stato quello di essere dei punti di forza del pensiero nazionalista basco, di sinistra, ma anche moderato. Per i giornali, le ordinanze del giudice Garzon colpirono a morte Egin, Radio Egin, la rivista Ardi beltza (la pecora nera, dal basco) e il quotidiano Egunkaria.
La risposta sociale all'offensiva politico-giudiziaria che si consumò nell'era dei due mandati di José Maria Aznar, fu sorprendente. Così come nel caso di Egin, anche i giornalisti di Egunkaria reagirono alla chiusura del giornale fondando immediatamente un nuovo foglio di notizie e poi un vero e proprio quotidiano, Berria.

Nello svolgimento della prima udienza, quanti fra gli imputati avevano subito torture nel corso dell'arresto e dei primi giorni di isolamento assoluto hanno iniziato a raccontare i particolari al presidente del tribunale. Ma la risposta è stata negativa: il tribunale non vuole sapere di quelle torture perchè "non fanno parte del processo". Eppure le dichiarazioni rese dagli arrestati, lo dicono loro stessi, furono estorte per mezzo di minacce e torture proprio in quelle ore da incubo in cui chi viene vessato fisicamente e psicoloicamente è disposto a dichiarare qualsiasi cosa pur di mettere fine alle violenze.

C'è, se possibile, una anomalia in più in questo caso giuridico, poco noto nelle cronache della libera stampa italiana: il processo abbreviato - come è stato in questo caso - e la mancanza di una accusa pubblica, proprio per la richiesta di archiviazione che era stata depositata nel giugno scorso, avrebbero dovuto portare alla decadenza stessa delle accuse sulla base della giurisprudenza maturata in Spagna in quello che viene chiamata la 'doctrina Botin'. Un precedente che prende il nome dal processo al famoso e potentissimo banchiere Emilio Botin. Così non è avvenuto. Il perché non è, tecnicamente, chiaro. Politicamente, sì.

 

Angelo Miotto

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