14/12/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



L'impegno di tutti c'è. Ma a Copenaghen l'accordo sulle riduzioni è ancora lontano e gli Stati Uniti sembrano aver già dimenticato le promesse fatte a Pechino

Ormai si può realisticamente parlare di uno stallo insuperabile fra paesi ricchi e la formazione dei 77, capitanata dalla Cina e comprendente tutte le nazioni in via di sviluppo. Copenaghen sta deludendo le speranze di chi fino alla vigilia aveva continuato a credere che la comunità internazionale avrebbe superato l’empasse di Kyoto. Non è stato così. Non è, per il momento, così. E ormai mancano solo quattro giorni prima che la voce clima scompaia, almeno per i prossimi trecentosessantacinque, dall’agenda setting dei governanti.

Il G77. Sono i paesi in via di sviluppo (Pvs), guidati dalla Cina, vera mattatrice del vertice, ad aver fatto la voce del padrone. “O riducono prima i ricchi o noi ci chiamiamo fuori”. Questa la posizione granitica che già dal terzo giorno dei lavori è stata adottata dal governo di Pechino e da Brasile, India, Sudafrica e Sudan. Quest’ultimo, presidente di turno del G77,  è riuscito a fare scudo grazie al sostegno della maggior parte dei Pvs che, dopo aver presentato il Copenaghen Accord, al fine di mantenere vivo il protocollo di Kyoto e coinvolgere i sempre solitari Stati Uniti d’America, hanno abbandonato nella giornata di ieri l’aula in segno di protesta contro le politiche di blocco attuate dagli “industrializzati”. La Nigeria ha perfino definito “patetica” la proposta dell’Unione Europea che già dal giorno dell’inaugurazione aveva comunicato lo stanziamento di 7 miliardi di euro per coprire un terzo del fondo di avvio rapido, ovvero gli aiuti che serviranno ai paesi in via di sviluppo per superare le difficoltà dovute al cambiamento climatico.

Il professor Schwarzenegger. Ci si è messo anche il governatore della California a dare lezioni sulle politiche verdi. Il discente in questo caso è niente meno che il suo presidente Barack Obama. Durante un incontro fra i due l’ex attore di Hollywood, che non si può certo definire un campione di politiche democratiche, ha invitato l’inquilino della Casa Bianca a prendere le redini della battaglia per il clima e entrare una volta per tutte in partita. "Sarebbe un bene per il mondo intero se gli Usa divenissero il motore del movimento – ha chiosato il repubblicano - Entro dieci anni l'America potrebbe ottenere il 20% dell'energia da fonti rinnovabili. Abbiamo sole, vento, adesso si può ottenere persino carburante dalle alghe. In California – ha ricordato fiero il governatore - è in corso una rivoluzione verde, ma tutti gli Stati uniti potrebbero guidare questa svolta".

Orecchie da mercante.
Il ministro italiano per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo ha definito il vertice della capitale danese “un dialogo fra sordi”. Fino ad ora pare che il più sordo di tutti sia proprio Barack Obama che rimane ancora bloccato sul non possumus. Pare che neanche il presidente, in teoria, più democratico della storia statunitense riesca a colmare quel gap aperto e mantenuto profondo dai suoi predecessori. Da Oprah Winfrey il presidente ha chiuso il bilancio 2009 della sua amministrazione attribuendosi un voto rotondo: otto. Che potrebbe diventare dieci meno se entrasse in porto la tanto agognata riforma sanitaria nazionale. Ai microfoni della Cbs Obama ha attaccatto i banchieri di Wall Street definendoli “fat cat” (gatti grassocci). Ma gli slanci democratici in politica interna diventano chiusura al limite del conservatorismo fuori dai confini nazionali. E dire che dopo aver con falsa modestia sostenuto che il Nobel per la pace “sarebbe dovuto andare a qualcun’altro” il presidente stava quasi convincendo la gente che avrebbe “lavorato per guadagnarselo”. Fuoco di paglia. In Afghanistan il contingente è aumentato a più trentamila soldati. E le promesse fatte in Cina stanno acquisendo carattere marinaresco sotto le pressioni delle lobbies del petrolio che, probabilmente, godono di qualche generosa partecipazione dei gatti grassi di Wall Street.
Pare ormai scontato, dunque, che le sorti di Copenaghen, la possibilità di giungere ad un atto concreto sulle emissioni siano stranamente intrecciate con gli interessi dei felini di banca. Felini che fanno apparire l’uomo del “Yes We Can” come un altro nobile animale: il cane. Si, quello che si morde la coda però.

                                                Antonio Marafioti

Parole chiave: Copenaghen
Categoria: Diritti, Politica, Ambiente