
“La situazione in Sri Lanka, a tre mesi dallo tsunami, è molto più grave di quanto
il
circus dei media abbia saputo mostrare. Le foto dei reporter spesso sono state scattate
da lontano. Del resto accade con frequenza che i giornalisti raccontino una realtà
parziale, interpretata, filtrata”. A parlare è Fabio Sbattella, docente di psicologia
all’Università Cattolica di Milano e responsabile con la professoressa Cristina
Castelli di
due progetti d’intervento nel sud e nell’est dell’ex Ceylon. “Ho viaggiato a lungo per una
striscia di terra interminabile, larga solo 800 metri e dove due file di case
sono andate completamente distrutte”, racconta il professore. “Tra tanta devastazione,
mi ha colpito l’operosità e la voglia di rinascita delle persone”. Per il maremoto
del 26 dicembre hanno perso la vita 40mila singalesi. Ad oggi in Sri Lanka sono
presenti 500 organizzazioni internazionali e sono stati allestiti 351 campi profughi.
Il disastro ambientale e le difficilissime condizioni di vita della popolazione
civile che ne sono derivate hanno bloccato un ragguardevole processo di sviluppo.
Il cataclisma ha ferito un Paese che stava vivendo un aumento importante del turismo,
mentre - grazie alla pur modestissima crescita del reddito medio - il livello
di alfabetizzazione aveva raggiunto fino al 90 per cento dei cittadini.
L'intervento degli psicologi. “Adesso c’è bisogno di due tipi di ricostruzione: la prima interessa le cose,
la seconda coinvolge la coscienza delle persone ed è su questa che lavoriamo noi
psicologi”, spiega Sbattella. I progetti sono stati elaborati all’interno del
‘Master in Interventi relazionali in contesti di emergenza’, che a partire dal 2000 ha inviato operatori in Molise, Honduras, Angola, Madagascar
e Kenya. Si parte dalla valutazione dello choc collettivo, che in Sri Lanka ha
assunto proporzioni incalcolabili. Sbattella aggiunge: “Nessuno dei singalesi
che ho incontrato ha voluto tornare sulla spiaggia. L’onda era come un palazzo
di quattro piani, senza fine a destra e a sinistra dell’orizzonte, ed è arrivato
con la velocità di un treno e la forza di uno schiacciasassi portando via ogni
cosa. Gli abitanti del litorale hanno perso tutto. La casa, la barca, il negozio.
Moltissimi sono rimasti orfani, altri hanno visto scomparire i figli nel fango.
Una distruzione e un dolore incommensurabili”.

Lo choc collettivo. L’intervento ha caratteristiche complesse e delicate. Innanzitutto “non bisogna
concentrarsi sul trauma individuale, ma sullo sconvolgimento collettivo – insiste
il professore - e intere comunità non sanno cosa fare di fronte alla tragedia.
Non trovano risposte nella cultura locale, cioè l’insieme degli strumenti umani
che permettono di adattarsi all’ambiente e, in particolare, di fronteggiare la
separazione e la morte”. Sbattella spiega: “Quando capita un evento come lo tsunami,
che nessuno è stata in grado di prevedere, inizia una crisi collettiva. I sopravvissuti
non hanno strumenti per spiegare e affrontare la tragedia e restano paralizzati.
I genitori non sanno cosa dire ai figli e i capi villaggio alle popolazioni. In
queste circostanze può accadere di tutto. Un esempio: nella promiscuità dei campi
profughi avvengono stupri e violenze, perché sono venuti meno i sistemi che regolavano
le relazioni sociali”.