14/12/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



La Corte Costituzionale turca ordina la chiusura dell'unico partito curdo. Il leader del Dtp: 'Pronti a morire per la democrazia'

È tutto da rifare. Sarebbe da ripensare anche il concetto di democrazia regnante nella Turchia che bussa con insistenza alle porte dell'Europa. La decisione della Corte Costituzionale di Ankara, quella di ordinare la chiusura del partito filocurdo Dtp (Partito della società democratica), affonda definitivamente le speranze che erano spuntate, dalla fine dell'estate in avanti, di intravedere la riconciliazione tra il popolo curdo e la Turchia. La Road Map di Abdullah Ocalan e "l'apertura democratica" avanzata dal governo di Tayyp Erdogan sono diventate all'improvviso carta straccia.

Rabbia e fuoco. Per la Corte Costituzionale ci sarebbero dei legami forti tra il Dtp e il Partito dei lavoratori curdi, il Pkk, messo al bando e considerata organizzazione internazionale da Turchia, Stati Uniti ed Europa. Il suo leader Ahmed Turk, la deputata Aysel Tugluk e altri 37 dirigenti del partito hanno ricevuto l'interdizione dall'attività politica per 5 anni poiché rappresentano una minaccia all'unità nazionale così come sancito negli articoli 101 e 102. I primi effetti di questa decisione sono arrivati con il ritiro dei parlamentari del Dtp che occupano 21 dei 550 seggi dell'Assemblea nazionale e le proteste in strada da Istanbul ad Hakkari, da Izmir ad Ankara fino alla città di confine con l'Iraq, Yuksekova. Gli incidenti e gli scontri più gravi si sono verificati a Istanbul dove circa 300 manifestanti hanno alzato delle barricate nel centro della città, lanciato pietre e bombe incendiarie contro banche, negozi e abitazioni. La rabbia dei curdi non è contenibile e la polizia risponde con pompe idranti, gas lacrimogeni e arresti. Fino a ieri, di persone fermate, se ne contano circa una ottantina.

Quale democrazia. Ma delle posizioni di condanna alla decisione della Corte sono state prese anche dalla parte intellettuale della Turchia che contesta i metodi poco "democratici". Cenzig Aktar, una delle firme più importanti del quotidiano Hurryet, scrive nel suo editoriale: "Secondo la Corte i legami (tra Dtp e Pkk) ci sono. Ma in una moderna democrazia la chiusura dei partiti è cosa molto rara ... questa decisione, inaccettabile, potrebbe rovesciare l'intero processo democratico e sprofondare il paese nel baratro del caos". Il presidente turco Abduallh Gul difende invece l'operato dei giudici: "Che cosa dovrebbe fare la corte quando i vertici del partito dichiarano che l'organizzazione terroristica è la solo loro ragione di esistenza". In verità, i vertici dell'unico partito di rappresentanza curda ha più volte sostenuto che non esiste alcun "rapporto organico" tra le due entità ma che non si può prescindere, nelle trattative, dalla presenza del Pkk. 
E il partito Giustizia e Domocrazia (Akp) di Tayyp Erdogan, del capo del governo che ha promosso "l'apertura democratica"? I vari portavoce sventolano la contrarietà dell'Akp a ché la Corte Costituzionale possa far cessare l'attività di un partito (lo stesso Akp era incappato nelle maglie della Corte che individuava nel partito delle derive integraliste che contrastavano con i principi di laicità dettati da Kemal Ataturk); che i partiti possano essere mandati a casa solo dagli elettori; che solo i partiti direttamente coinvolti in azioni violente possano essere smantellati dalla Corte e che una tale decisione sia senza dubbio una decisione politica.

Pronti alla morte. Ma nonostante questa presa di posizione abbastanza inequivocabile, il presidente del Dtp, ahmet Turk ha puntato il dito proprio contro Erdogan e i vertici dell'Akp, che nulla hanno fatto per ostacolare la decisione della Corte. Turk non si sforza di cercare parole accomodanti o democratiche. "Quello in atto - dice il leader nel suo ultimo discorso all'Assemblea - è un colpo di Stato politico. Il governo tenta di procurarsi le condizioni e l'occasione per sfuggire a una vera apertura". Diversi osservatori avevano criticato l'apertura di Erdogan ai curdi, soprattutto negli ambienti nazionalisti, e per molti l'Akp si stava scavando la fossa politica da solo. Parole di fuoco, lancia Turk nel suo appassionato discorso: "Non abbiamo paura di pagare il conto. Riteniamo che per le cause della democrazia e delle richieste di libertà del nostro popolo valga la pena anche di affrontare la morte". Parole? Retorica? Forse in Anatolia hanno un significato molto concreto.

Il Dtp ha annunciato che farà appello alla Corte di Strasburgo per i Diritti Umani, perché di questo si tratta, di diritti umani. Se l'unico partito che rappresenta i curdi viene messo al bando, vuol dire che i curdi, che al momento hanno una voce flebile e sottile, quella voce in Turchia, sparirà del tutto.      

 

 

Nicola Sessa

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