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Quando combatte si ferma l'intero Paese, che lui non delude mai. Emanuel "Manny Pacquiao", il pugile filippino diventato recentemente - unico nella storia - campione in sette categorie di peso diverse, il 13 marzo proverà a stupire i suoi compatrioti ancora una volta, in un match considerato tra i più attesi di sempre. Dopodichè, che vinca o perda, inizierà la sua campagna elettorale. Perché la successiva sfida di "Pac-man", invece che tirar pugni sul ring, è arrivare a sedere in Parlamento dopo le elezioni del prossimo maggio.
Stendendo un avversario dietro l'altro - 50 vittorie, due pareggi e tre sconfitte in carriera, ma l'ultima più di quattro anni fa - Pacquiao è diventato l'idolo incontrastato delle Filippine. Di tutti, senza differenza di classe o religione: per vedere gli incontri di questo cristianissimo pugile, che si inginocchia e prega prima e dopo l'incontro per ringraziare "Dio che mi dà la forza", si incollano alla tv anche i ribelli islamici.
Ne ha fatta di strada, il piccoletto (169 centimetri per 65 chili) che ha iniziato a tirare di boxe nelle palestre dei bassifondi di Manila, quindici anni fa. A General Santos, la città nell'estremo sud dell'arcipelago dove era cresciuto, il futuro non poteva che essere uguale al misero presente. Da mangiare non c'era niente, tanto che il padre uccise e portò in tavola il cagnolino randagio che il piccolo Manny aveva adottato. Così, a dodici anni, lui se ne andò. Si guadagnava da vivere vendendo ciambelle e sigarette per strada, ma doveva anche saper farsi rispettare usando i pugni. Qualcuno notò il talento del ragazzino: poco più di due anni dopo, dopo essersi imbarcato per la capitale, era già un pugile professionista. Ma restava un fuscello di 49 chili.
Oggi le riviste specializzate lo considerano, "libbra per libbra", il più grande pugile in attività. Sfamare la sua famiglia - moglie e quattro figli, con nomi tutti tatuati sul magico braccio sinistro - non è un problema, dato che ogni incontro gli frutta una fortuna. Quello con Floyd Mayweather, il 13 marzo, sarà con ogni probabilità il picco della sua carriera. Forse l'ultimo, e l'unico recente in cui non parte da favorito. Per il dopo, serve un'altra sfida. E Pac-Man, che già due anni fa si candidò per un seggio parlamentare (subendo una pesante sconfitta contro una donna politica erede di una radicata famiglia locale), ora vuole riprovarci.
Lui ha ripetuto più volte il suo desiderio di fare qualcosa di concreto per il Paese, dove la povertà e le disparità economiche tra classi rimangono una piaga sociale. La generosità di Pacquiao non è in discussione: centinaia di compatrioti indigenti fanno la fila davanti alla sua villa di 1.100 metri quadrati, per chiedere un piccolo aiuto. Il problema è che sul suo patrimonio, in denaro e popolarità, hanno messo gli occhi in tanti. L'intero sistema politico gli faceva la corte da tempo, contendendosi il suo appoggio. Il suo entourage è descritto come una sorta di "Filippine in miniatura": confusionario, iperpopolato e poco funzionale.
In un Paese che di politici "particolari" ne ha eletti parecchi - come l'ex presidente Joseph Estrada, un attore simbolo nazionale dei B-movie filippini - Pacquiao ha le sue chance. Anche se il suo programma elettorale rimane un mistero, e presumibilmente sarà assorbito dagli allenamenti fino a due mesi prima del voto. Forse l'unico ostacolo potrebbe essere il suo successo: se dovesse battere anche Mayweather, i filippini potrebbero votargli contro pur di continuare a vederlo sul ring. Facendoli sognare, almeno per qualche round.
Alessandro Ursic