10/12/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



I Paesi in via di Sviluppo guidati dalla Cina presentano una bozza per mantenere vivo il protocollo di Kyoto. Il cosidetto gruppo 'Basic' vuole la ratifica degli Usa e riduzioni del 40 percento per il 2020.

La Cina ha bruciato le tappe e a settantadue ore dall’inizio del summit di Copenaghen ha messo sul piatto dei negoziati la prima proposta per un accordo quadro sulle riduzioni delle emissioni di carbonio. Il documento, messo a punto con i diplomatici di India, Brasile, Sudafrica e Sudan, si presenta come l’alternativa alla bozza di accordo stilata dai rappresentanti della presidenza danese del Cop 15 (Conferenza delle Parti).

Linee chiave. In pratica, il documento è una dichiarazione d’intenti con la quale il team capitanato da Pechino propone all’assemblea riunita nella capitale scandinava di mantenere in vita e migliorare il protocollo di Kyoto, che scadrà nel 2012. Dopo aver rifiutato la rigorosa bozza di presentata da Yvo de Boer a fine novembre, il gruppo chiamato “Basic” dalle iniziali dei loro nomi hanno avanzato una carta nota come “Copenhagen Accord” nella quale vengono comunque promessi impegni seri. La norma che non si presta ad alcun tipo di negoziazione è quella che sancisce che «l'aumento delle temperatura globale non deve superare i 2 gradi». Per ottenere tale risultato il Basic ha auspicato che si continui sulla strada di Kyoto, aumentando gli sforzi per ogni Stato industrializzato al fine di raggiungere riduzioni del 40 percento entro il 2020 a fronte del 5 percento entro il 2012 richiesto originariamente dal vecchio protocollo rispetto ai livelli del 1990.

Politiche di base. Sono riassunte nella formula “lo sviluppo economico e sradicamento della povertà sono una priorità indiscutibile dei paesi in via di sviluppo”. Un postulato che in pratica racchiude la filosofia economica del gruppo BRIC (Brasile, Russia, India e Cina): ridurre le emissioni nei paesi in ripresa economica significa rallentare la produzione industriale e, quindi, lo sviluppo. Esclusa la Russia, che sarà presente nella capitale danese col presidente Dmitri Medvedev solo durante i due giorni finali, gli altri tre paesi del gruppo con un prodotto interno lordo in continua fase di crescita hanno fatto fronte comune perchè si riparta proprio da Kyoto.

Con una novità di rilievo.
Vale a dire l’entrata, ormai improrograbile, degli Stati Uniti di Barack Obama. La Cina si era assicurata l’appoggio dell’inquilino della Casa Bianca, in Norvegia per ritirare il premio Nobel per la pace, già lo scorso novembre durante la visita ufficiale del presidente in Estremo Oriente. Ora il “Copenhagen Accord, diffuso in esclusiva da Le Monde, ha prospettato l’opportunità di ratificare il protocollo di Kyoto ai paesi che ancora non l’hanno fatto. Il riferimento agli Usa è cristallino, come lo è il fatto che ora il governo di Washington non può tradire le attese e, in caso di raggiungimento dell’accordo, sottoscrivere il trattato rinnovato. Anche perchè a una settimana dal rinforzo del contingente Usa in Afghanistan – 30mila ulteriori soldati – l’uomo più potente del mondo si gioca alla voce ambiente del proprio programma elettorale un consenso popolare in crescente diminuzione.

L'Unione Europea. Oggi Bruxelles ha annunciato l'intenzione di coprire un terzo del fondo di avvio rapido (stimato in 21 miliardi di euro in tre anni) per aiutare i paesi in via di sviluppo più coinvolti dalle ripercussioni del cambiamento climatico. La decisione presa nel corso del vertice Ue ha stabilito uno stanziamento di 7 miliardi per il triennio 2010-2012 con una copertura annua di 2,2 miliardi di euro. Contemporaneamente dalla capitale danese è trapelata l'indiscrezione di una prima bozza ufficiale che fisserebbe al 30 percento la riduzione delle emissioni nocive entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990.

                                                                                                        Antonio Marafioti

Parole chiave: Copenaghen
Categoria: Politica, Ambiente