In un carcere malesiano gli orrori delle torture, sempre in nome della guerra al terrorismo

“Durante l’interrogatorio, mi hanno ordinato di rimanere in equilibrio su di
un piede per un’ora. Ero quasi completamente nudo”. E’ uno scenario già visto,
nelle prigioni di Guantanamo, dell’Iraq e dell’Afghanistan. Lo spettro delle torture
contro presunti terroristi avrebbe varcato nuovi confini, quelli della Malaysia,
altro alleato del presidente Usa, George Bush, nella “guerra mondiale al terrorismo”.
A denunciarlo è l’organizzazione
Human Rights Watch (Hrw), in un rapporto di 60 pagine reso noto ieri.
In base a una legge draconiana, l’ International Security Act (Isa), negli ultimi tre anni un centinaio di uomini sono finiti nel penitenziario
di Kamunting, un inferno fatto di botte e umiliazioni. Nessuno di loro ha diritto
a un processo e a conoscere le ragioni di una condanna che può durare a tempo
indeterminato. Un ex detenuto racconta: “Le forze speciali hanno torturato alcuni
miei compagni. Hanno spento le sigarette sul loro viso. Hanno colpito un uomo
sui genitali. Li hanno puniti in questo modo perché avevano rifiutato di compilare
un modulo”. Le testimonianze raccolte nel dossier di Hrw sono agghiaccianti. Parlano
di maltrattamenti fisici e psicologici. Un prigioniero è stato costretto a masturbarsi
di fronte ai poliziotti, un altro a urinare.
E’ stato estremamente difficile raccogliere queste testimonianze. Le visite in
carcere erano sorvegliate e i famigliari venivano minacciati perchè non rilasciassero
dichiarazioni alla stampa. “Quando l’ho incontrato, ho capito che era sotto pressione”,
dice la moglie di un arrestato. “Aveva perso peso e non riusciva a camminare.
Ma non volle spiegarmi il perché”. Un’altra donna aggiunge: “Al sesto giorno di
prigione mio marito disse che non sperava più di rivedere me e i bambini. Ma non
aggiunse altro. Non voleva metterci nei guai”.
Quasi tutte le famiglie, in un primo tempo, hanno visto sparire i loro padri,
figli o mariti nel nulla. La polizia ha rilasciato informazioni false su dove
li stava portando. “Arrivarono alle tre di notte”, spiega una donna. “Misero le
manette a mio marito e in tre iniziarono a frugare nelle stanze. Mi diedero un
foglio dove c’era scritto che lo dovevano arrestare in base all’Isa. Poi aggiunsero
che lo avrebbero interrogato per due settimane. Lasciarono la casa dopo un’ora,
senza dirmi di cos’era accusato”. Un'altra moglie ha vissuto un’esperienza simile:
“Quando tornai a casa, a metà mattina, mio marito non c’era. I poliziotti erano
entrati nella camera da letto”.
L’Isa è stata creata nel 1960 in risposta “a una insurrezione comunista” ed è
stata usata per decenni dal partito al governo - lo stesso fino a oggi - contro
gli oppositori politici. Nell’agosto 2001, poi, ha assunto anche una valenza anti-terrorismo,
ottenendo, dopo i fatti dell’11 settembre, il sostegno degli Stati Uniti. “Gli
Usa – si legge nel rapporto – hanno beneficiato delle pratiche di abuso adottate
dal governo malese e da quello di altri Paesi”. Il caso “Karachi 13” ne sarebbe
la conferma. Nell’ottobre 2003 alcuni ufficiali americani interrogarono decine
di studenti salesiani e indonesiani nel sud del Pakistan, a Karachi appunto. Tredici
ragazzi malesiani, tra cui alcuni minori, finirono in carcere per due mesi e vennero
torturati dalle forze di sicurezza pachistane. Cinque di loro sono tuttora detenuti
in Malaysia.
Le atrocità di Guantanamo, inoltre, sono diventate un esempio da imitare a Kuala
Lumpur. “L’abbiamo fatto, perché a Guantanamo era permesso”, avrebbero dichiarato
le guardie malesiane a proposito delle torture. Ma la base cubana è stata anche
usata come modello di minaccia contro i prigionieri. Uno di loro ha rivelato agli
operatori di Hrw: “Se non collaborerai, finirai a Guantanamo. Lì le punizioni
sono severe. Potresti perdere un braccio o una gamba, e rimanere paralizzato.
Così mi dissero agli interrogatori”.
L’appello dell’organizzazione umanitaria “affinché vengano inviati degli osservatori
nelle celle malesiane e si ponga fine alle torture”, è indirizzato al governo
locale e alla comunità internazionale. Eppure il primo ministro Abdullah Badawi
aveva condannato gli orrori di Abu Ghraib in Iraq. Sta di fatto che l’Isa è da
decenni usata come strumento di intimidazione contro chi nel Paese critica la
politica dell’esecutivo. Il ricordo va all’ex vice premier Anwar Ibrahim, agli
arresti dal ’98 perché mise a rischio la popolarità e l’influenza dell’allora
primo ministro Mahatir. I media locali, inoltre, sono tra i più imbavagliati del
Sud est asiatico.