stampa
invia
Libertà di stampa e libertà d'espressione sono ancora concetti tabù in Azerbaijan. I più fiduciosi verso un'apertura democratica da parte del governo, si sono dovuti ricredere, pochi giorni fa, quando la corte d'appello ha proclamato la condanna a due anni di carcere nei confronti di due giovani bloggers, maltrattati e arrestati in un ristorante lo scorso luglio con l'accusa di teppismo e aggressione alle forze dell'ordine. Si tratterebbe, secondo la maggior parte dell'opinione pubblica azera, di accuse totalmente infondate visto che l'aggressione è stata subita dai due attivisti. Essi, oltre ad utilizzare la rete (Facebook, Youtube, Twitter) per raccontare al mondo le violazioni nel loro paese, avevano realizzato anche un video satirico che ritraeva il presidente Ilham Aliyev con la faccia da asino durante una conferenza stampa.
Secondo Emin Huseynov, direttore dell'Istituto per la libertà di stampa e la tutela dei giornalisti (www.irfs.az), "il ruolo della corte è politico" e si tratta di "una condanna volta ad intimidire i nuovi mezzi di comunicazione su internet e impedire la distribuzione di opinioni alternative". I due bloggers sono stati tenuti lontano anche dai loro parenti, che hanno avuto la possibilità di visitarli soltanto in questi giorni dopo circa cinque mesi di prigionia.
La vicenda in questione è, infatti, soltanto la punta di diamante di una situazione esplosiva nella quale il governo azero è costantemente alle prese con la repressione del web, vero e proprio strumento rivoluzionario adottato da molti giovani e da numerose associazioni per esprimere dissensi e opinioni divergenti. Un'escalation di censura e oppressione che ha proiettato l'Azerbaijan al 150esimo posto nel mondo per la libertà di stampa. Tra i paesi Ocse, è quello con il più alto numero di giornalisti arrestati.
Lo scorso aprile il giornalista Mirza Sakit Zahidov è stato accoltellato da due aggressori non identificati. Se l'è cavata con qualche giorno di ospedale ma c'è anche chi ci ha rimesso la pelle. È il caso di Elmar Huseynov, redattore del quotidiano indipendente Monitor, freddato a colpi d'arma da fuoco nel suo appartamento nel 2005.
Il governo azero l'anno scorso ha bandito anche le emittenze straniere in lingua locale: Bbc, Voice of America e Radio Liberty.
La repressione mediatica è soltanto una delle numerose violazioni del governo azero. Nonostante il repentino sviluppo del paese (nel 2006 il Pil ha registrato una schizofrenica crescita del 34 per cento, la più alta al mondo) i diritti umani sembrano correre in senso inverso alla modernizzazione. Esiste una fascia della popolazione che ha ampiamente beneficiato dello sviluppo trainato dal petrolio, ma un'altra fetta consistente di essa continua a sopravvivere nella misera più disumana, ai margini di periferie deprimenti tra rifugiati del Nagorno-Karabakh e baracche di fortuna, talvolta proprio in mezzo ai giacimenti petroliferi. La quasi-dittatura di Ilham Aliyev tenta di stroncare i focolai di democrazia emanando leggi contro le organizzazioni non governative e, soprattutto, leggi ad hoc grazie alle possa essere rieletto più volte e consolidare il potere personale.
Ma in Azerbaijan la società civile non subisce passivamente le decisioni calate dall'alto e, nonostante le leggi oppressive emanate dal presidente, conduce una lotta quotidiana dando vita ad un dinamico sottosuolo di dissidenza. È il caso dell'Irfs, Istituto per la libertà di stampa e la tutela dei giornalisti. "Nati nel 2006 come una piccolissima associazione composta da due persone - racconta Rasul Jafarov, vicedirettore dell'istituto, anche lui arrestato in passato - oggi contiamo dieci dipendenti e molti volontari che sfidano quotidianamente i diktat del governo, diffondono comunicati stampa, elaborano analisi e sensibilizzano sul tema". La sede di Irfs - incastonata in mezzo ai palazzoni sovietici a ridosso della Baku moderna - pullula di entusiasmo. L'attività è frenetica, il clima (sereno e amichevole) dipinge un certo ottimismo per il progresso democratico del paese. "Il futuro? Ho fiducia in un cambiamento positivo - dice Jafarov - ma rimane un ostacolo difficile da abbattere: la corruzione alimentata dal petrolio".
Jacopo Storni