21/12/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Presentato un 'insostenibile' rapporto di sostenibilità

scritto per noi da
Gianpaolo Concari

Ogni attività umana giuridicamente rilevante ai sensi del presente codice (d.lgs. n. 152/2006 - n.d.r.) deve conformarsi al principio dello sviluppo sostenibile, al fine di garantire che il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni attuali non possa compromettere la qualità della vita e le possibilità delle generazioni future.
E' questo che si legge nell'art. art. 3-quater del "codice dell'ambiente" nella sua attuale formulazione e che invito a rileggere qualora non si sia ben compreso. Si tratta di un principio importante: significa che le generazioni attuali dovrebbero astenersi dall'intraprendere attività che minano la qualità della vita delle generazioni future.

Invitato, probabilmente perché inserito in qualche database di qualche gruppo di studio sulla rendicontazione sociale, a fine novembre ho partecipato alla presentazione del rapporto di sostenibilità della Finmeccanica presso l'Università del Sacro Cuore a Milano.
La presentazione è stata molto interessante, tutta tesa a mostrare il volto green della Finmeccanica ad una platea costituita da molti studenti universitari in una sala sold out.
Gli interventi che si sono succeduti erano tesi a mostrare quanto stia aumentando l'interesse verso i temi legati alla sostenibilità, soprattutto da parte delle società di rating aziendali, le cui valutazioni guidano le scelte degli investitori.
In realtà questo è vero: uno dei parametri che un investitore deve prendere a base è quello della "continuità aziendale" cioè della capacità dell'azienda a continuare la propria attività, anche senza recare danno ai terzi, ipotesi che farebbe venir meno la redditività dell'investimento.

Terminata la presentazione, il moderatore invita a proporre domande. Alzo la mano, mi danno un microfono, mi presento come "tecnico", perché nel lavoro che svolgo mi confronto spesso con temi di rendicontazione sociale.
Contesto ai relatori la completezza del rapporto. Eppure sono più di 140 pagine... cosa manca ad un rapporto di questo peso?
La mappa degli stakeholder è incompleta: manca il riferimento allo stakeholder finale della produzione aziendale.
Ma prima di entrare nel vivo, è meglio, per i non addetti ai lavori, sapere cos'è (o meglio: chi è) uno stakeholder: si può tradurre il termine inglese con "portatore di interessi", cioè quella persona che è coinvolta, per varie ragioni, dal e nel processo produttivo aziendale. Sono perciò stakeholder i clienti, i fornitori, i dipendenti, lo Stato, la comunità che vive attorno agli stabilimenti ecc..
Affermare che la mappatura degli stakeholder è incompleta, tecnicamente significa che il bilancio/rapporto non è completo perché non prende in considerazione, nel bene o nel male una categoria di soggetti che è interessata dall'attività dell'impresa.
Per un'impresa la cui produzione è pressocché rivolta ai sistemi di armamento, parlare degli stakeholder finali di riferimento sarebbe parlare delle persone che, prima o poi, sperimentano quei sistemi di armamento sulla propria pelle.
Non si tratta di un approccio ideologico alla questione.
E' semplicemente un dato oggettivo.

Le mie osservazioni si sono spinte oltre perché nel rapporto si parla diffusamente di una serie di precauzioni prese nell'ambito del sistema di governo (governance) della società, affinché tutto il processo decisionale sia costantemente sotto controllo affinché sia scongiurato il pericolo di attività illegali o eticamente non corrette.
In realtà non appare chiaro il rapporto che c'è tra la Finmeccanica e la controllata americana DRS Technologies che è uno dei primi partner del Pentagono, laddove invece è chiaro che la casa madre italiana avrà difficile accesso ai progetti "classificati" e sviluppati dalla controllata americana. E quindi la domanda è: fin dove arriva il controllo della casa madre italiana?

L'altra osservazione si riallaccia alla prima: se gli elicotteri da attacco A129 della Agusta-Westland sono rivenduti alla Turchia che ne produrrà anche in proprio una versione a proprio uso e consumo, siamo proprio sicuri che prima o poi non li userà nell'ambito del conflitto con i curdi? Ecco che la prima osservazione ritorna perentoriamente in scena: i curdi sono un esempio di stakeholder finali di riferimento.

La risposta di Umberto Malusà, direttore della comunicazione della Finmeccanica non è convincente: dello stakeholder di riferimento dice poco o nulla, ma spiega invece che esistono delle procedure stabilite a tutela dei segreti militari e che sono rigidamente seguite proprio per la delicatezza del tipo di produzione dell'impresa. Comprensibile la risposta, ma proprio perché vi sono dei segreti militari, non è chiaro fin dove possa arrivare il controllo della casa madre sulla controllata. Il problema è tutto lì e quindi se nel rapporto si dice che la casa madre controlla ogni processo decisionale, si dice una cosa non del tutto vera.
Sulla questione degli elicotteri ceduti alla Turchia, Malusà invoca la legge 185/1990, cioè la legge che in Italia regola la produzione e il commercio delle armi e dei sistemi di armamento.

Ma la questione che risulta irrisolta è che, se prendiamo quanto è affermato nel d.lgs. 152/2006, TUTTA la produzione dell'industria delle armi è esattamente contraria al concetto di sostenibilità, poiché le generazioni attuali traggono vantaggi da un'attività svolta che però mina alla base il benessere delle generazioni future. Ne sanno qualcosa proprio i curdi ma anche tutte quelle popolazioni che in modo o nell'altro sono coinvolte in un conflitto.
Anche se un sistema d'arma è costruito con intenti difensivi, tale sistema è e resta comunque un'arma che, se utilizzata, è destinata a distruggere obiettivi che spesso sono costituiti da persone. Cioè quegli stakeholder finali di riferimento dei quali, come ho affermato prima, nulla si dice nel rapporto.
Semplificando il tutto, si può affermare che anche se si dimostra che la produzione di sistemi d'armamento avviene secondo criteri del "do more with less - fai di più con meno" e quindi risparmiando energia e materie prime, ciò che si ottiene è sempre un qualcosa che è destinato, incontrovertibilmente, a minare il benessere delle generazioni future.
Ma prima ancora delle generazioni future, occorrerebbe considerare che è la guerra, anche se non combattuta con armi nucleari, ad essere insostenibile dal pianeta Terra. Basti pensare all'estensione dei territori resi improduttivi perché infestati da residuati bellici, all'avvelenamento da nano-particelle.
Si può giungere ad un'ulteriore semplificazione: parlare di rapporto di sostenibilità in un'impresa che produce armamenti è un ossimoro, una contraddizione in termini.
E' proprio un peccato che tante energie e risorse siano spese per un'operazione di greenwashing.
Ed è stato un peccato che nessuno studente abbia detto qualcosa sul tema. Come dire... è mancato il senso critico che un tecnico dovrebbe sempre avere a disposizione.

 

Parole chiave: finmeccanica, sostenibile
Categoria: Guerra, Armi, Economia
Luogo: Italia