27/12/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Sulle orme immaginarie del grande viaggiatore del passato Ibn Battuta, un giro a Dubai tra passato e modernità

La tradizione beduina vuole che quando l'ospite parte si organizzi per lui una grande festa. Il 2 dicembre è stato così, anche se non per me. Già, ho deciso di tornare nell'ombra, questo non è più il mio tempo. Troppe cose sono cambiate e, alla mia età, si fa fatica ad abituarsi ai cambiamenti.
La festa, però, me la sono goduta. Ricorreva infatti il 38° compleanno di questa nazione.
Il 2 dicembre 1971, su stimolo di sheik Zayed, che tutti chiamano ‘padre', si federavano i sette emirati chiamati Costa della Tregua all'epoca del protettorato britannico.

Certo da allora ne hanno fatta di strada. Dalle capanne ai grattacieli, in uno spazio di tempo davvero breve. Sul modo di festeggiare, invece, avrei qualche riserva. Tanto per cominciare non mi è chiaro il piacere che prova una persona a riempirsi la macchina di gadget strampalati. Non si parla di qualche innocuo adesivo, ma vere e proprie rivestiture fatte di spray, stencil, bandiere e tutto quello che si possa immaginare. Anche con una spesa notevole, visto che il lavoro deve essere fatto da un carrozziere professionista. L'immagine più gettonata è quella dello sceicco Zayed, ma non manca la famiglia reale di Dubai e tutte le rispettive discendenze. I cammelli, quasi per un omaggio postumo portato dalle macchine che li hanno sostituiti, fanno bella mostra di se in forma di peluche o di serigrafia. I colori della bandiera, quando non rappresentati dalla banda di tessuto, sono riprodotti in strisce lungo le fiancate ma addirittura anche in forme di stelline luccicanti.
Gli emiratini e tutti coloro che vogliono unirsi ai festeggiamenti arrivano a pagare fino a 7mila dollari per un lavoro fatto come si deve. Che svanirà all'alba del 7 dicembre.

Le bandiere no, quelle restano. Se c'è una cosa che ho capito di Dubai è che il mestiere di fabbricatore e commerciante di vessilli nazionali deve essere uno dei più redditizi. Milioni di bandiere hanno ricoperto tutto il Paese. Non è una metafora: dalla cima delle torri, sui pali della luce, sulle auto, nei centri commerciali, negli uffici pubblici. Qualche edificio è stato addirittura impacchettato per intero di bianco, verde, rosso e nero. Infine da uno dei grattacieli è stata srotolata la bandiera, manco a dirlo, più grande del mondo.
Anche i quotidiani, che mi danno l'impressione di essere sinceramente affezionati al presidente, al vice presidente, alle loro famiglie e a tutti i membri del governo, hanno dedicato edizioni speciali all'anniversario della fondazione. L'affetto è reciproco, tanto che le famiglie reali hanno a loro volta comprato delle pagine sui giornali (dei quali sono in larga parte proprietari) per...farsi gli auguri.
La festa è stata condita da mille eventi a Dubai, ad Abu Dhabi e in tutti gli altri emirati. Solo per citarne alcuni: parate lungo le strade di giorno e fuochi d'artificio di sera. Questi ultimi, ad Abu Dhabi, erano addirittura coordinati con la musica di un'orchestra (non chiedetemi come, però, perché non l'ho capito). Più di 380 chef di 38 tra ristoranti e alberghi si sono dati appuntamento sulla spiaggia di Jumeirah per una festa senza limiti.

L'elenco completo dei festeggiamenti è impossibile. Il Paese si è fermato e forse ne aveva bisogno. Infatti la festa, senza pensar male, è capitata proprio a fagiolo. La Dubai World, autentica cassaforte finanziaria di Dubai, dove la famiglia reale al-Makthoum tiene i suoi investimenti, poche ore prima dell'anniversario dell'indipendenza aveva dichiarato di non essere in grado di far fronte ai debiti.
Non proprio una bella notizia. Il mondo che avete costruito ha tremato: oggi per un problema a Dubai crolla la borsa di New York! E' quella che chiamate globalizzazione. Il governo di Dubai, specificando che non deve farsi carico dei debiti di quella che rimane un'azienda privata, ha chiuso il discorso dando degli incompetenti agli analisti che prevedono burrasca a queste latitudini.
Poi, però, tutti si sono concentrati sulla festività, distratti dai caroselli impazziti delle auto e dai giochi di luce. In fondo le cose cambiano, per restare sempre uguali. Oggi come ai miei tempi panem et circenses. Però una cosa mi ha fatto piacere: tra gli emiratini che scorazzavano in strada c'erano tanti stranieri, contenti di festeggiare con loro. Oltre agli europei, ai nord americani e agli australiani, c'erano anche indiani, pakistani e persone da mille altri paesi. Non sono gli operai edili o le collaboratrici domestiche, perché loro sono rimasti chiusi nei loro alloggi fatiscenti. Ma sono coloro che ce l'hanno fatta, che hanno un lavoro decente oppure le seconde e terze generazioni di coloro che sono arrivati qui fin dagli anni Sessanta. Ecco, questo è il regalo più bello che gli Emirati Arabi Uniti potrebbero farsi: diventare capaci di integrare tutti. Ma proprio tutti. Sia le persone che vivono qui da venti anni, ma non hanno la cittadinanza. Sia coloro che, manualmente, l'hanno costruito questo Paese. Solo allora, quando tutti saranno trattati umanamente, ci sarà davvero da celebrare la nascita di una nazione.

Christian Elia

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