stampa
invia
Come Tom Hanks in "The Terminal", Feng Zhenghu da un mese vive in una terra di nessuno di un aeroporto, nel suo caso il Narita di Tokyo. Ma se quel film era una commedia romantica, nel caso di questo cinese di 55 anni c'è poco da sorridere. Qui non c'è una inesistente e buffa "Cracosia" che sparisce dalle mappe mondiali prima di salire sull'aereo che riporta il protagonista a casa, ma uno Stato autoritario che non lascia rimpatriare un proprio cittadino, presumibilmente perché si tratta di un attivista per la democrazia.
Per otto volte a Feng, che da alcuni anni si è stabilito in Giappone, le autorità cinesi hanno negato l'ingresso nel Paese. In quattro casi l'uomo è stato fermato ancora prima dell'imbarco a Tokyo, in altre quattro occasioni è arrivato fino allo scalo Pudong di Shanghai solo per essere rispedito indietro. Il 2 novembre, ha deciso di dire basta. Pur dotato di un visto giapponese, si è rifiutato di oltrepassare la dogana dell'aeroporto di Tokyo. E da allora la sua vita è lì.
Dall'asettica sala d'attesa dove passa le sue giornate, Feng aggiorna il suo blog, un profilo su Twitter sia in cinese che in inglese, mangia quello che le hostess a fine turno gli portano dagli aerei appena atterrati. All'inizio i funzionari giapponesi non gli rendevano la vita facile, in alcuni casi impedendogli addirittura di ricevere il cibo che gli portava la sorella. Ma ora che il suo caso è diventato celebre, con appelli a non mollare ricevuti via web da stranieri e cinesi all'estero, chiudono anche loro un occhio.
Nel 2000, Feng è stato condannato a tre anni di reclusione per aver scritto un libro in cui auspicava un cambiamento delle leggi cinesi contro gli investimenti stranieri nel Paese. Ma lui crede che la Cina gli neghi l'entrata soprattutto per un suo discorso in cui aveva criticato la sanguinosa repressione delle proteste studentesche in piazza Tiananmen a Pechino, nel giugno 1989.
In teoria, per far finire la sua odissea basterebbe oltrepassare la dogana giapponese, come ha fatto tante volte in passato. Ma Feng appare determinato a non mollare. Pur sapendo quando sia una lotta impari: un dissidente contro una macchina statale efficientissima nella soppressione di qualsiasi voce critica. "Solo quando la maggioranza dei cinesi avrà sentito la mia storia potrò tornare nella mia patria", ha recentemente scritto il Tom Hanks cinese su Twitter. Con la propaganda dei media cinesi e la capillare censura su Internet applicata da Pechino, quel momento potrebbe non arrivare mai.
Alessandro Ursic
Alessandro Ursic