02/12/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Mentre si prospetta la possibilità di riavviare il processo di liberazione di due ostaggi in mano alle Farc, sei degli ex ostaggi entrano in politica chiedendo una via pacifica al conflitto e inneggiando al perdono

Il Comitato internazionale della Croce Rossa porterà avanti il processo di liberazione dei due ostaggi che le Forze armate rivoluzionarie della Colombia avevano tutta l'intenzione di rilasciare già sei mesi fa, incontrando il fermo no del governo Uribe. Con il Cicr, opererà la Chiesa Cattolica. Un passo avanti in una impasse che stava solo provocando sconcerto e dolore.

Nel palazzo della Conferenza episcopale della capitale colombiana, il delegato della Croce Rossa Christopher Beney ha incontrato l'Alto commissario per la pace, Frank Pearl, ne ha ascoltato posizioni e intenzioni e ha quindi dichiarato: "Adesso sì che è possibile fare passi avanti verso la liberazione dei sequestrati. Volevamo assicurarci su che posizioni fosse l'Alto Commisario. E finalmente abbiamo intrapreso un cammino positivo che dovrebbe condurci alla liberazione delle due persone in un futuro molto prossimo". Si tratta di Pablo Emilio Moncayo, capitano dell'esercito, e del soldato Josué Daniel Calvo, rispettivamente da 12 anni e da sette mesi nelle mani della guerriglia. Calvo è l'ultimo prigioniero fatto dalle Farc, che a oggi ha in mano 24 uomini, tra soldati e poliziotti e nessun civile.

Intorno alla vicenda della loro liberazione si è creato un fuoco incrociato di prese di posizione, dichiarazioni e smentite, scatenata dall'atteggiamento chiuso e miope del governo, che è stato criticato e contestato più volte. Le Farc sei mesi fa decisero di annunciare una liberazione degli ostaggi dando degli aut aut, il primo fra i quali, la partecipazione della senatrice colombiana del Partito Liberale d'opposizione Piedad Córdoba al processo. Da lì, Alvaro Uribe non ha fatto che reagire costruendo un muro di intransigenza finora invalicabile, e correlato da una serie di ostacoli e contro richieste certo non dettate dalla volontà di dialogo.
L'annuncio fariano infatti, inizialmente, prevedeva anche una contropartita, ossia la liberazione di cinquecento guerriglieri incarcerati tra Colombia e Stati Uniti. Rilascio che chiaramente non è avvenuto. Di contro però la guerriglia ha deciso di portare avanti una liberazione unilaterale, anche questa osteggiata senza sé e senza ma dal Uribe. E questo fino a oggi.

Il dialogo di martedì primo dicembre tra governo e Croce Rossa sembra aprire spiragli, tanto che Beney ha precisato che da ora in avanti le parti lavoreranno con discrezione agginché la consegna dei due uomini avvenga quanto prima. Silenzio comprensibile sulla possibile data del rilascio, con l'assicurazione che i contatti diretti e in diretti con le Farc non si sono mai interrotti. Anche grazie a Córdoba, che non si è certo arresa al niet di Uribe e ha continuato a tessere in silenzio le fila del dialogo con la guerriglia. Sarà infatti lei a ricevere le coordinate del luogo della liberazione e lei che si occuperà di cercare il paese straniero che appoggerà l'operazione. Intanto, la senatrice liberale ha richiesto un ulteriore incontro con Croce Rossa, governo e il padre di Pablo Emilio Moncayo, Gustavo, il professore saltato alla ribalta delle cronache nazionale e internazionali per la sua scalpinata di centinaia di chilometri in nome della pace, fatta nel 2007. E' infatti urgente chiarire prima di tutto "i protocolli di protezione e di sicurezza per lo sviluppo della missione umanitaria". Il fatto che il governo garantisca tutto, dalla copertura ai permessi, che si impegni a liberare lo spazio aereo sovrastante le coordinate che le Farc annunceranno e evitare qualsiasi intervento militare, non basta. E i precedenti parlano chiaro. Tanto che anche Beney insiste: "il nodo cruciale è assicurarsi che la posizione del governo sia molto chiara e immutabile, per evitare che ci sia un cambiamento" repentino e pericoloso.

Per dimostrare che l'apertura necessaria in ogni trattativa con il nemico, c'è in primis da parte di coloro che mediano con un governo che finora si è dimostrato tutt'altro che aperto, la Ong fondata dalla Córdoba Colombianas y Colombianos por la Paz ha manifestato che l'annuncio del governo è un "gesto di speranza per rendere umano e possibile un accordo umanitario. Accogliamo come un segno di questo cammino, la riunione dei delegati della gerarchia della Chiesa Cattolica e del Comitato internazionale della Croce Rossa. Speriamo che il governo nazionale convochi il prima possibile una riunione per concordare i protocolli di protezione e di sicurezza per lo svolgimento della missione umanitaria", hanno precisato.

E mentre la Colombia attende la liberazione dei due ostaggi, alcuni dei liberati eccellenti hanno scelto di scendere in campo e impegnarsi per combattere "povertà, violenza e disuguaglianza". Sono Clara Rojas, Consuelo González, Luis Eladio Pérez, Orlando Beltrán, Jorge Géchem e Sigifredo López, i sei ostaggi liberati all'inizio del 2008, che si candidano al Congresso nelle prossime elezioni di marzo, chiedendo un'uscita pacifica al conflitto interno e soprattutto il perdono. Tutti indistintamente, nonostante ognuno abbia scelto un partito differente, in alcuni casi agli antipodi (Clara Rojas per esempio correrà con il Partito liberale, mentre Géchem si candiderà nelle file dell'uribista U) hanno un'unica convinzione, che la forza non porti a niente, e che per uscire dalla guerra occorre dialogo e volontà di pace.
"La via militare non risolve il conflitto, al contrario lo prolunga e ne acutizza le radici sociali e umane che alimentano la violenza", ha dichiarato appunto l'uirbista Géchem. Se solo il capo di stato lo ascoltasse.

 

Stella Spinelli

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