Le decapitazioni sono macabre affinità fra la guerriglia irachena e le bande pro Aristide ad Haiti.

Haiti e l’Iraq, due paesi distanti migliaia di chilometri l’uno dall’altro, ma
in questo momento molto vicini per via di una pratica barbara: la decapitazione.
Come in Iraq, infatti, anche ad Haiti non si esita a tagliare la testa del “nemico”.
Se in Iraq il gruppo terroristico capeggiato da al-Zarqawy decapita gli ostaggi
per combattere, a modo suo, l’occupazione degli alleati, anche ad Haiti la principale
motivazione è questa. In questo caso i fedelissimi dell’ex presidente Jean Bertrand
Aristide, attualmente in esilio in Sud Africa, hanno iniziato con il dare vita
a manifestazioni di protesta contro l’”invasione” (a detta loro) dei Marines Usa,
arrivati nel febbraio 2004.
Accusati di essere i principali artefici della caduta dell’ex presidente, gli
Usa hanno lasciato il posto ad una forza di pace latinoamericana, comandata dal
contingente brasiliano, che dal suo insediamento è stato considerato come una
forza occupante. La missione è stata attaccata diverse volte ma, come ha precisato
il suo portavoce, il colonnello Felipe Carbonell, “Siamo qui per promuovere la
pace. La nostra presenza non avrebbe senso se dovessimo ricorrere alla violenza”
L’abitudine a decapitare i nemici ad Haiti esiste da oltre due secoli. Nel 1804
infatti Jacques Dessalines, con il motto “ koupè tet, boulè kai”, tagliate le
teste, bruciate le case, si autoproclama imperatore dell’isola. Distrugge le piantagioni,
decapita i coloni.
In un’intervista rilasciata all’Associated Press, Jean Claude Bajeux, attivista
per i diritti umani, ha affermato che quella in atto ad Haiti da parte dei simpatizzanti
di Aristide è “un’operazione di guerriglia urbana che hanno battezzato Operazione

Baghdad. Le decapitazioni sono le imitazioni di quanto avviene in Iraq e la
loro intenzione è quella di dimostrare il fallimento della politica Statunitense
verso Haiti”.
Un senatore, Gerard Gilles, un deputato, Roudy Herivaux, e il presidente del
senato Yvon Feuille sono stati arrestati con l’accusa di essere gli ideatori delle
manifestazioni pro Aristide.
Il 30 settembre scorso nel malfamato quartiere Cité Soleil, alle porte della
capitale Port au Prince, sono stati trovati decapitati i corpi di tre uomini appartenenti
alle forze di polizia. Il 9 ottobre invece, sono stati due i corpi ritrovati senza
testa. Erano quelli di un padre e di suo figlio e sono stati fatti ritrovare nella
miserabile baraccopoli La Saline.
Spirito di emulazione? Necessità di farsi guardare dagli occhi importanti del
mondo? Sta di fatto che una pratica tanto crudele non può essere giustificata.
La conferma arriva dal portavoce della missione Onu di stanza nell’isola, che
non nasconde la preoccupazione per un eventuale inasprimento delle violenze: “I
45 morti degli ultimi giorni hanno contribuito a deteriorare la nostra immagine.
La gente ” ha continuato “ ci aveva accolto con una certa speranza; ora, anche
se non ci è ostile, ci guarda con una certa diffidenza ”.

A detta degli osservatori della missione Onu però, molti omicidi avvenuti con
l’ultima ondata di violenze, vanno attribuiti alla delinquenza comune che approfitta
del clima d’instabilità politica per regolare i propri conti. Alcuni testimoni,
infatti, riferiscono di scontri, a colpi d’arma da fuoco, che echeggiano tutte
le notti per le strade di Port au Prince.
Come in Iraq anche ad Haiti è difficile trovare una via d’uscita a questa la
situazione. Il governo provvisorio resterà in carica fino a quando non si riusciranno
ad organizzare nuove elezioni libere e democratiche. Le stesse elezioni libere
e democratiche che, alcuni sperano, risolveranno la situazione irachena.