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Una piattaforma di dialogo per arrivare a un "grande accordo nazionale" tra il presidente deposto dal golpe del 28 giugno, Manuel Zelaya, e il vincitore delle elezioni volute dai golpisti, Porfirio Lobo. Il tutto in nome della normalità democratica. È quanto si sono impegnati a fare i dirigenti iberoamericani riuniti ieri a Estoril, in Protogallo, evitando però di pronunciarsi ufficialmente sulla validità della tornata elettorale. Nessun accordo unanime è stato infatti raggiunto riguardo al voto, riflettendo un'America Latina spaccata sull'argomento. Da una parte il Brasile e i paesi dell'Alba, che negano ogni validità del processo elettorale frutto di un colpo di Stato, dall'altra i paesi legati a doppio filo con gli Stati Uniti, come Colombia, Perù, Costa Rica e Panama, che vedono in questo voto "un ritorno alla democrazia". Fra queste, una terza via, quella inaugurata dalla Spagna. "Non riconosciamo le elezioni, né le ignoriamo", ha dichiarato il ministro spagnolo degli Affari Esteri, Miguel Ángel Moratinos, proponendosi dunque quale mediatrice nell'eterna disputa honduregna.
Seduta tra i rappresentanti latinoamericani a Estoril, anche Patricia Rodas, ministro degli Esteri dell'Honduras di Zelaya. Dopo aver definito le elezioni "spurie", Rodas non ha chiesto nessuna ripetizione del processo elettorale, limitandosi ad ammettere che il presidente dato da quel voto, Porfirio Lobo, è "un attore politico reale", ma che la sua posizione non cambia, essendo espressione di un golpe. Zelaya si è precipitato a ribadire che "le autorità di fatto continuano a minacciare la democrazia".
Se dunque il continente americano è diviso sul voto, resta unanime, almeno sulla carta dell'accordo di Estoril, la condanna del golpe del 28 giugno, delle continue violazioni dei diritti umani a opera dei golpisti, e della reclusione di Manuel Zelaya nell'ambasciata brasiliana a Tegucigalpa, che ormai dura dal 22 settembre. Il tutto, sigillato da Luis Amado, ministro degli Esteri portoghese, anfitrione della riunione, che ha però sottolineato le "profonde divergenze che rendono difficili l'unanimità".
Se da una parte ci sono posizioni come quella dell'argentina Cristina Fernández de Kirchner, che ha qualificato il voto in Honduras come "una parodia e un simulacro democratico", dall'altra c'è il colombiano Álvaro Uribe, che ha sottolineato "l'alta partecipazione" precisando che il processo elettorale è avvenuto "senza frodi ed è innegabile". Meno entusiastico, invece, il costaricense Óscar Arias, l'uomo dell'accordo di San José che avrebbe dovuto restituire il potere a Zelaya, che, già scottato dal labirinto Honduras, ha chiesto che si riconosca il nuovo governo per evitare che il paese centroamericano si converta in un nuovo Myanmar.
"La maggioranza della comunità internazionale resta dalla nostra parte", ha quindi dichiarato Zelaya per bocca della sua rappresentante in Portogallo, dato che soltanto 4 dei 22 paesi presenti a Estoril hanno dato per buone le elezioni del 29 novembre. Ora gli occhi sono puntati al prossimo 4 dicembre, quando si riunirà la Commissione permanente dell'Osa, Organizzazione degli stati americani, per la quale si è già pronunciato José Miguel Insulza, segretario generale: "Le azioni di Lobo saranno fondamentali affinché la comunità internazionale riconosca il nuovo Governo". Domani, intanto, 2 dicembre, il parlamento honduregno voterà su ridare o meno a Mel il potere fino all'entrata ufficiale di Lobo, a gennaio del prossimo anno.
Ma intanto, a dar man forte a quei 4 paesi latinoamericani che riconoscono i risultati elettorali, c'è appunto la Casa Bianca, che si è affrettata a definirle "un importante passo avanti" nella restaurazione della democrazia. Nonostante gli Usa siano stati tra i primi a condannare il colpo di stato militare, dopo i timidi tentativi di far accordare golpisti e presidente legittimo, hanno visto nelle elezioni l'unica via d'uscita dall'empasse. E dopo non aver alzato un dito per imporre la restituzione temporale di Mel, che, secondo l'accordo di Tegucigalpa/San José avrebbe dovuto accompagnare l'Honduras alle elezioni, adesso salutano Lobo quale presidente d'Honduras. Una posizione imposta al presidente Usa Barack Obama da molti congressisti, decisi a far sì che non interferisse nel processo honduregno. Da qui la lettera 'segreta' a Lula, in cui il capo della Casa Bianca, domenica 22 novembre, spiegava i motivi di una simile posizione, ben evidenziata dal nuovo responsabile per l'America Latina del Dipartimento di Stato, Arturo Valenzuela nel suo discorso davanti all'Osa. "Gli Stati Uniti vedono la tornata elettorale come l'espressione della sovranità popolare della nazione, non un modo per mascherare un golpe". E di "grande trionfo della democrazia" ha parlato infine l'ambasciatore Usa a Tegucigalpa Hugo Llórens. Basandosi sui dati del Tribunale supremo elettorale - istituzione governata dai golpisti - che dichiarano che il 60 percento degli honduregni ha votato, Llórens ha chiamato Porfirio Lobo con il nomignolo di Pepe e lo ha definito "un uomo di grande esperienza politica, al quale auguro fortuna e dico che gli Usa lavoreranno con lui per il bene dei due paesi". Alla faccia del bene della democrazia e del popolo. Che non demorde. Il Fronte contro il golpe nel negare ogni dialogo con Lobo ha infatti annunciato la mobilitazione permanente, fino alla restituzione del potere al presidente legittimo Mel e all'instaurazione di un'assemblea costituente.
Stella Spinelli