25/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



L'Onu e il governo di Kinshasa nella crisi dell'Ituri
Dietro le sbarre: Thomas Lubanga, uno dei signori della guerra dell'Upc, accusato di numerosi massacri in IturiTre milioni e mezzo di dollari per assistere i bambini vittime della guerra in Ituri e nell’area di Kivu. E’ l’appello lanciato dall’Unicef per intervenire nell’emergenza umanitaria nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo.
Con il passare dei giorni il numero degli sfollati che riempiono i campi profughi attorno alla città di Bunia aumenta a un ritmo insostenibile per le organizzazioni umanitarie che operano nella regione: gli scontri tra le due milizie dell’Upc e dell’Fni, composte per la maggior parte rispettivamente da membri delle popolazioni Hema e Lendu, si sono intensificati dall’inizio del 2005, causando la fuga di almeno 80mila persone. E l’uccisione di nove caschi blu bengalesi della missione Monuc, vittime di un’imboscata a fine febbraio, ha dimostrato quanto sia ancora lontana la pace nell’area.
 
Intanto, l’aggravarsi della situazione nei campi per sfollati di Kasenyi, Tchumia, Tche, Jinna, Kafe e Muhitu, dove fame e malattie uccidono un numero incalcolabile di persone al giorno hanno fatto dare l’allarme all’inviato delle Nazioni Unite, Jan Egeland, che ha parlato di peggior crisi umanitaria del mondo.
Ma nelle ultime settimane, stando ad alcune testimonianze, il livello di sicurezza in Ituri è
lievemente migliorato: e sarebbe stato proprio l’attacco ai militari della Monuc, ad innescare l’immediata reazione del governo congolese: nel giro di pochi giorni sono finiti dietro alle sbarre Floribert Njabu e Thomas Lubanga, i due signori della guerra a capo dell’Fni e dell’Upc.
Il loro arresto ha di fatto decapitato le milizie e riportato – almeno momentaneamente – un minimo di stabilità in tutta l’area.
 
Perché aspettare che dei caschi blu venissero uccisi per arrestare due personaggi accusati di numerosi massacri contro la popolazione civile dal 1999 a oggi?
“Bella domanda, è quello che ci stiamo chiedendo da un po’ di tempo anche noi”, dice Pascale Kambale, portavoce dell’organizzazione Human Rights Watch da Washington. “E’ deprimente pensare che Njabu e Lubanga siano stati catturati comodamente, quest’ultimo mentre si trovava nella capitale, a Kinshasa. Non potevano arrestarli prima? Il fatto che ora siano dietro le sbarre è sicuramente positivo. Ma allo stesso tempo è grave che il governo congolese li abbia lasciati fare per così tanto tempo. Ad alcuni di questi signori della guerra sono stati addirittura conferiti i gradi di generali dell’esercito regolare. Nei villaggi dell’Ituri i parenti delle vittime dei massacri e degli stupri li conoscono molto bene”. Secondo il portavoce dell'organizzazione, una delle più importanti al mondo per i diritti umani, la cattura di Lubanga e Njabu non rischia di innescare alcuna vendetta da parte delle milizie.
“E' probabile che non reagiranno – continua Kambale – hanno paura che si apra un'inchiesta del Tribunale Penale Internazionale e non vogliono rischiare essere incriminati. Ora è necessario badare alla sicurezza nella zona e nei campi per sfollati. Ma Kinshasa e la Monuc hanno gravi responsabilità”.
 
Il ruolo delle forze della Monuc nella Repubblica Democratica del Congo è da tempo al centro di roventi polemiche: i peacekeepers sono accusati di fare poco per proteggere la popolazione civile dagli attacchi dei miliziani. E lo scandalo sugli abusi sessuali di alcuni caschi blu su decine di ragazze e bambine ha indebolito ancora di più l’immagine dell’Onu agli occhi dei congolesi.
Nella giornata di ieri, poi, un altro pesante rapporto interno delle Nazioni Unite si è abbattuto sulla Monuc: quest’ultima è accusata di non aver fatto nulla per fermare, nel giugno dello scorso anno, l’ammutinamento di alcuni soldati dell’esercito congolese sotto la guida del generale Laurent Nkunda. I disertori conquistarono la città di Bukavu, nella regione di Kivu, sotto il naso degli uomini inermi della Monuc. L’insorgenza aveva destabilizzato le comunità locali, costrette a fuggire in Burundi. Nel rapporto comparirebbero, secondo la Reuters, le parole ‘codardia’ e ‘impotenza’. Accusa pesante, per la principale missione di peacekeeping delle Nazioni Unite: in totale 16mila uomini al costo di 1 miliardo di dollari l’anno.
 

Pablo Trincia

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