
Tre milioni e mezzo di dollari per assistere i bambini vittime della guerra in
Ituri e nell’area di Kivu. E’ l’appello lanciato dall’Unicef per intervenire nell’emergenza
umanitaria nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo.
Con il passare dei giorni il numero degli sfollati che riempiono i campi profughi
attorno alla città di Bunia aumenta a un ritmo insostenibile per le organizzazioni
umanitarie che operano nella regione: gli scontri tra le due milizie dell’Upc
e dell’Fni, composte per la maggior parte rispettivamente da membri delle popolazioni
Hema e Lendu, si sono intensificati dall’inizio del 2005, causando la fuga di
almeno 80mila persone. E l’uccisione di nove caschi blu bengalesi della missione
Monuc, vittime di un’imboscata a fine febbraio, ha dimostrato quanto sia ancora
lontana la pace nell’area.
Intanto, l’aggravarsi della situazione nei campi per sfollati di Kasenyi, Tchumia,
Tche, Jinna, Kafe e Muhitu, dove fame e malattie uccidono un numero incalcolabile
di persone al giorno hanno fatto dare l’allarme all’inviato delle Nazioni Unite,
Jan Egeland, che ha parlato di peggior crisi umanitaria del mondo.
Ma nelle ultime settimane, stando ad alcune testimonianze, il livello di sicurezza
in Ituri è
lievemente migliorato: e sarebbe stato proprio l’attacco ai militari della Monuc,
ad innescare l’immediata reazione del governo congolese: nel giro di pochi giorni
sono finiti dietro alle sbarre Floribert Njabu e Thomas Lubanga, i due signori
della guerra a capo dell’Fni e dell’Upc.
Il loro arresto ha di fatto decapitato le milizie e riportato – almeno momentaneamente
– un minimo di stabilità in tutta l’area.

Perché aspettare che dei caschi blu venissero uccisi per arrestare due personaggi
accusati di numerosi massacri contro la popolazione civile dal 1999 a oggi?
“Bella domanda, è quello che ci stiamo chiedendo da un po’ di tempo anche noi”,
dice Pascale Kambale, portavoce dell’organizzazione Human Rights Watch da Washington.
“E’ deprimente pensare che Njabu e Lubanga siano stati catturati comodamente,
quest’ultimo mentre si trovava nella capitale, a Kinshasa. Non potevano arrestarli
prima? Il fatto che ora siano dietro le sbarre è sicuramente positivo. Ma allo
stesso tempo è grave che il governo congolese li abbia lasciati fare per così
tanto tempo. Ad alcuni di questi signori della guerra sono stati addirittura conferiti
i gradi di generali dell’esercito regolare. Nei villaggi dell’Ituri i parenti
delle vittime dei massacri e degli stupri li conoscono molto bene”. Secondo il
portavoce dell'organizzazione, una delle più importanti al mondo per i diritti
umani, la cattura di Lubanga e Njabu non rischia di innescare alcuna vendetta da
parte delle milizie.
“E' probabile che non reagiranno – continua Kambale – hanno paura che si apra
un'inchiesta del Tribunale Penale Internazionale e non vogliono rischiare essere
incriminati. Ora è necessario badare alla sicurezza nella zona e nei campi per
sfollati. Ma Kinshasa e la Monuc hanno gravi responsabilità”.
Il ruolo delle forze della Monuc nella Repubblica Democratica del Congo è da
tempo al centro di roventi polemiche: i peacekeepers sono accusati di fare poco
per proteggere la popolazione civile dagli attacchi dei miliziani. E lo scandalo
sugli abusi sessuali di alcuni caschi blu su decine di ragazze e bambine ha indebolito
ancora di più l’immagine dell’Onu agli occhi dei congolesi.
Nella giornata di ieri, poi, un altro pesante rapporto interno delle Nazioni
Unite si è abbattuto sulla Monuc: quest’ultima è accusata di non aver fatto nulla
per fermare, nel giugno dello scorso anno, l’ammutinamento di alcuni soldati dell’esercito
congolese sotto la guida del generale Laurent Nkunda. I disertori conquistarono
la città di Bukavu, nella regione di Kivu, sotto il naso degli uomini inermi della
Monuc. L’insorgenza aveva destabilizzato le comunità locali, costrette a fuggire
in Burundi. Nel rapporto comparirebbero, secondo la Reuters, le parole ‘codardia’
e ‘impotenza’. Accusa pesante, per la principale missione di peacekeeping delle Nazioni Unite: in totale 16mila uomini al costo di 1 miliardo di dollari
l’anno.