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“Sono scappati tutti come ladri. Da ladri quali erano”, racconta da Bishkek Carlo
Marcantoni, che vive e lavora da cinque anni in Kirghizistan. “Nemmeno i soldati
e la polizia hanno difeso il presidente Akaev e i suoi compari, perché qui tutti
lo odiavano: se la gente li avesse presi, avrebbero fatto la fine di Ceausescu.
Tutti i kirghizi aspettavano questo giorno. Il giorno in cui si sarebbero liberati
di un regime di farabutti mafiosi, una vera e propria oligarchia di ladri che
per quindici anni si è arricchita lasciando questa povera gente nella miseria
più nera, senza lavoro, senza speranze”.
Disoccupazione e stipendi da fame. “Nelle campagne la gente fa la fame”, spiega Carlo. “Si arrangia con lavoretti
o viene in città in cerca di lavoro. Ma il lavoro non c’è. E quel poco, è pagato
un miseria: lo stipendio medio di un professionista, un professore, un medico,
un ingegnere, non supera i 20 euro al mese! E tutto questo mentre Akaev, la sua
famiglia e i suoi amici continuavano ad accumulare illegalmente enormi ricchezze.
La gente ha sopportato per anni, e alla fine è esplosa. A far traboccare il vaso
è stata la goccia delle elezioni: Akaev ha avuto la faccia tosta non solo di impedire
la vittoria dell’opposizione, ma di far entrare in parlamento sua figlia e suo
figlio, altri due soggetti che hanno preso tutto dal padre e che per questo la
gente odia. Il figlio di Akaev, per esempio, qui controllava tutte le attività
commerciali, dai distributori ai ristoranti: chi non pagava veniva punito con
una bomba. Come la mafia. Io insegno italiano all’Università di Bishkek: vi assicuro
che nelle ultime settimane i miei studenti non vedevano l’ora di scendere in piazza.
Aspettavano solo un segnale”.
Dieci dollari per scendere in piazza. Un altro italiano che vive e lavora da anni in Kirghizistan, ma che preferisce
rimanere anonimo, da una versione un po’ diversa dei fatti. “Quello di Akaev era
un governo di persone poco esperte, molto infantili nel loro modo di fare politica.
Hanno gestito la cosa pubblica come una cosa loro, quasi un patrimonio di famiglia,
approfittando del potere per arricchirsi. Ma i kirghizi, che sono rimasti nomadi
nell’animo, gente semplice che non guarda al di là della propria tenda, hanno
sopportato
e avrebbero continuato a sopportare se non fossero stati mobilitati dall’opposizione,
anche con il denaro. A scendere nelle piazze di Osh e di Jalal-Abad i giorni scorsi
era stata la povera gente del sud, anziani delle campagne e giovani disoccupati
delle città che campano solo a lipioshka e chai, pane e tè. Gente a cui i partiti
dell’opposizione hanno offerto 500 som a testa (dieci euro) per andare a occupare
i palazzi governativi: ovviante nessuno a rifiutato. Soldi, si dice, che arrivano
dagli Stati Uniti. E qui a Bishkek, in piazza Ala-Too (Montagne Libere, ndr) è
successa la stessa cosa, con l’aggiunta di giovani vandali che sono stati mandati
avanti ad affrontare la polizia”.
Attenzione alla propaganda. “Ma quali soldi! Quali americani!”, ribatte Carlo. “Gli unici soldi per cui la
gente si è ribellata sono quelli che Akaev ha rubato al popolo in quindici anni
di potere. Queste storie dei 500 som e del sostegno americano sono tutte favole
della propaganda del governo, ripetute fino alla nausea nelle ultime settimane.
Bisogna stare attenti a non bersi tutto. La propaganda di Akaev è stata così rigida
che in questi giorni la tv di Stato non ha mostrato nemmeno un’immagine dei fatti
di Osh e Jalal-Abad: per sapere qualcosa dovevamo guardare la Bbc o la Cnn! Per
questo i manifestanti hanno occupato subito anche la sede della televisione. Gli
americani? Sono sicuramente contenti della cacciata di Akaev e avendo fiutato
il vento del cambiamento si saranno sicuramente mossi in qualche modo. Ma da qui
a dire che hanno organizzato tutto loro ce ne passa. Con questo non voglio dire
che quelli dell’opposizione siano dei santi: so solo che Kurmanbek Bakiev e Roza
Otumbayeva sono due brave persone. Ora vedremo cosa faranno una volta arrivati
al potere”. Enrico Piovesana