A Ginevra la 61° sessione della Commissione sui diritti umani.
Dalla
61° sessione della commissione sui diritti umani delle Nazioni Unite,
in corso a Ginevra fino al 22 aprile 2005, non ci si aspettano grandi
notizie e nemmeno grandi novità. Si gioca, come spesso è avvenuto negli
ultimi anni, una partita politica in cui i contendenti devono cercare
di subire meno danni possibili.
Puntualmente c'è stata anche questo anno, la solita partita
a scacchi tra Cuba e gli Stati Uniti. Una sfida come quelle, interminabili e snervanti,
fra Karpov e Kasparov,
ma in questo caso (un po' come nella piazza di Marostica) le pedine
sono degli esseri umani che si muovono in una scacchiera gigantesca.
Come avviene regolarmente da anni, il gioco è rimasto in una fase
di stallo, senza grandi possibilità di aperture, poche mosse rischiose e con la paura di commettere l’errore
decisivo. Tutte cose che lasciano immaginare che la partita termini
patta.
I “pezzi” in campo. In una partita di scacchi classica i giocatori sono due. In questa ce ne sono
molti di più. La commissione Onu per i diritti umani, Cuba che da anni ormai
si trova nell’occhio del ciclone per la questione delle libertà sull'isola. E
ancora: gli Stati Uniti e le associazioni umanitarie, come Amnesty International, ma anche gran parte dell’opinione pubblica internazionale: tutti puntano il
dito
sulle condizioni del popolo cubano. Lo scontro frontale è ormai un déjà vu.
Le “case” chiare. Fra i giocatori in campo contro Cuba ci sono gli Stati Uniti, da oltre 40 anni
“padroni” della sorte economica dell’isola di Castro, e da sempre accusatori dei
cubani per il mancato rispetto dei diritti umani. Giocatore “non contro”, ma osservatore
attento e puntuale Amnesty International, che nel suo recentissimo rapporto analizza
la situazione: “La limitazione della libertà di espressione, di associazione e di riunione è una grave violazione dei diritti umani che
deve cessare immediatamente”, chiedendo che i prigionieri di coscienza vengano
immediatamente scarcerati. Insieme a loro anche una parte considerevole dell’opinione
pubblica internazionale, radicali, associazioni di esuli di Miami che vedono Cuba
come un pericolo reale, da combattere preventivamente. Nel rapporto di Amnesty
si legge che:
“A Cuba l’esercizio della libertà di espressione è un crimine. I “reati” comprendono
lo svolgimento di attività in favore dei diritti umani, la pubblicazione di articoli,
la concessione di interviste a organi d’informazione considerati critici nei confronti
del governo, il contatto con funzionari statunitensi presenti sull’isola o i rapporti
con la
comunità cubana in esilio”.
Le “case” scure. Contrapposti a coloro che giudicano scorretti i comportamenti di Cuba, ci sono
personalità di spicco del mondo della cultura internazionale - come il premio
nobel Esquivel, il direttore d’orchestra Abbado -. Anche il presidente dell’Asociacion Americana de Juristas, Francisco de la Rosa, che ha fatto sapere: “Molto fumo e poco arrosto in queste
accuse contro Cuba. A Cuba non si applica la tortura, non esiste la discriminazione,
non ci sono bambini senza scuola e nessuno di loro muore perchè non ha assistenza
medica”.
Felipe Perez Roque, ministro degli Esteri cubano, ha espresso il suo disappunto
davanti alla commissione di Ginevra: “gli Stati Uniti sono il paese meno indicato
e
senza morale per presentare accuse alla Commissione dei Diritti Umani dell'ONU” e ha continuato il suo intervento dicendo che “l'ostilità statunitense riguardo
a Cuba ha un carattere sui generis, per molti versi unico. Mai una politica estera
contro un paese è stata dotata di arsenali bellici così grandi e sofisticati in
ambito politico, economico, culturale, diplomatico, militare, psicologico ed ideologico”.