25/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



A Ginevra la 61° sessione della Commissione sui diritti umani.
 
L'isola di CubaDalla 61° sessione della commissione sui diritti umani delle Nazioni Unite, in corso a Ginevra fino al 22 aprile 2005, non ci si aspettano grandi notizie e nemmeno grandi novità. Si gioca, come spesso è avvenuto negli ultimi anni, una partita politica in cui i contendenti devono cercare di subire meno danni possibili.
Puntualmente c'è stata anche questo anno, la solita partita a scacchi tra Cuba e gli Stati Uniti. Una sfida come quelle, interminabili e snervanti, fra Karpov e Kasparov, ma in questo caso (un po' come  nella piazza di Marostica) le pedine sono degli esseri umani che si muovono in una scacchiera gigantesca.
Come avviene regolarmente da anni, il gioco è rimasto in una fase di stallo, senza grandi possibilità di aperture, poche mosse rischiose e con la paura di commettere l’errore decisivo. Tutte cose che lasciano immaginare che la partita termini patta. 
 
 
Il ministro degli esteri cubano Felipe Perez RoqueI “pezzi” in campo.  In una partita di scacchi classica i giocatori sono due. In questa ce ne sono molti di più. La commissione Onu per i diritti umani,  Cuba che da anni ormai si trova nell’occhio del ciclone per la questione delle libertà sull'isola. E ancora: gli Stati Uniti e le associazioni umanitarie, come Amnesty International, ma anche gran parte dell’opinione pubblica internazionale: tutti puntano il dito sulle condizioni del popolo cubano. Lo scontro frontale è ormai un déjà vu
 
Le “case” chiare. Fra i giocatori in campo contro Cuba ci sono gli Stati Uniti, da oltre 40 anni “padroni” della sorte economica dell’isola di Castro, e da sempre accusatori dei cubani per il mancato rispetto dei diritti umani. Giocatore “non contro”, ma osservatore attento e puntuale Amnesty International, che nel suo recentissimo rapporto analizza la situazione: “La limitazione della libertà di espressione, di associazione e di riunione è una grave violazione dei diritti umani che deve cessare immediatamente”, chiedendo che i prigionieri di coscienza vengano immediatamente scarcerati. Insieme a loro anche una parte considerevole dell’opinione pubblica internazionale, radicali, associazioni di esuli di Miami che vedono Cuba come un pericolo reale, da combattere preventivamente. Nel rapporto di Amnesty si legge che:
“A Cuba l’esercizio della libertà di espressione è un crimine. I “reati” comprendono lo svolgimento di attività in favore dei diritti umani, la pubblicazione di articoli, la concessione di interviste a organi d’informazione considerati critici nei confronti del governo, il contatto con funzionari statunitensi presenti sull’isola o i rapporti con la IL simbolo dell'Onu comunità cubana in esilio”.
 
Le “case” scure. Contrapposti a coloro che giudicano scorretti i comportamenti di Cuba, ci sono personalità di spicco del mondo della cultura internazionale  - come il premio nobel Esquivel, il direttore d’orchestra Abbado -. Anche il presidente dell’Asociacion Americana de Juristas, Francisco de la Rosa, che ha fatto sapere: “Molto fumo e poco arrosto in queste accuse contro Cuba. A Cuba non si applica la tortura, non esiste la discriminazione, non ci sono bambini senza scuola e nessuno di loro  muore perchè non ha assistenza medica”.
Felipe Perez Roque, ministro degli Esteri cubano, ha espresso il suo disappunto davanti alla commissione di Ginevra: “gli Stati Uniti sono il paese meno indicato e
senza morale per presentare accuse alla Commissione dei Diritti Umani dell'ONU” e ha continuato il suo intervento dicendo che “l'ostilità statunitense riguardo a Cuba ha un carattere sui generis, per molti versi unico. Mai una politica estera contro un paese è stata dotata di arsenali bellici così grandi e sofisticati in ambito politico, economico, culturale, diplomatico, militare, psicologico ed ideologico”.

Alessandro Grandi

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