26/11/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo l'inizio del processo agli ex miliziani Germain Katanga e Mathieu Ngudjolo, un dossier svela il fallimento della missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo. Dove i ribelli la fanno ancora da padroni.

“La loro infanzia fu brutalmente interrotta e conobbero l’inferno da un giorno all’altro”. Le parole di Jean-Louis Gilissen, avvocato di parte civile, sono riferite ai bambini soldato che il 24 febbraio 2003 parteciparono al massacro di Bogoro, villaggio della Repubblica Democratica del Congo, raso al suolo dai miliziani delle Patriotic Forces of Resistance of Ituri (FRIP) e del Front of Nationalist and Integrationist (FPI).

I capi d'accusa. Al tempo dei fatti le due forze ribelli erano guidate rispettivamente da Germain Katanga, detto “simba” e Mathieu Ngudjolo, noto anche come Cui Cui, oggi imputati in un processo presso la Corte Penale Internazionale dell’Aja. Su di loro pendono tre capi d’imputazione per crimini contro l’umanità e sette per crimini di guerra fra i quali omicidio, stupro, schiavitù sessuale e rapina. A Bogoro, nella regione di Ituri, nel 2003 furono uccisi più di 200 civili, fra uomini, donne e bambini. “Alcuni furono sterminati nel sonno con i machete per non sprecare i proiettili. Altri vennero bruciati vivi dopo che le loro case furono date alle fiamme” ha sostenuto il procuratore della Corte Luis Moreno Ocampo nella sua arringa d’apertura.
L’obiettivo dichiarato delle due frange ribelli era quello di attaccare la base della milizia rivale dell’Upc e sterminare la popolazione di etnia Hema di Bogoro. Una delle accuse più infamanti a carico dei due ex comandanti è proprio quella di avere rapito, minacciato e assoldato minori di quindici anni di etnia Ngiti per “combattere come truppe d’avanguardia per annientare Bogoro” ha rivelato Gilissen citando testimoni. La pubblica accusa nella sessione d’apertura del dibattimento ha sostenuto che Katanga e Ngudjolo sarebbero responsabili di aver armato due gruppi di giovanissimi con armi automatiche, machete e lance e di aver intimato loro di fare terra bruciata del piccolo insediamento. “Dovete spazzare via non solo il campo dell’Upc, ma tutto il paese”. Pare essere stata questa una delle direttive primarie date ai bambini soldato da Simba e Cui Cui prima del massacro. Bambini che, dietro minaccia di morte, non hanno avuto altra alternativa rispetto a quella di eseguire il comando e ammazzare altri bambini. “Non è stato risparmiato nulla – avrebbe detto Katanga dopo l’operazione- Assolutamente niente. Polli, capre, tutto è stato annientato”. Anche quelli che non furono uccisi nel corso dell’attacco iniziale, secondo i pubblici ministeri, vennero rinchiusi all’interno dell’edificio dove furono accumulati i corpi di chi era stato già ucciso. I trecentoquarantacinque familiari delle vittime, parte civile del processo, attendono ancora di sapere “cosa sia successo alle loro famiglie. Non sanno come i loro cari siano stati uccisi o se sono stati sepolti” , ha sostenuto uno dei loro legali, Fidel Nsita Luvengika.

Il Fallimento della Monuc. Dopo due giorni dall’inizio del processo che vede imputati Katanga e Ngudjolo, la Bbc e il New York Times hanno pubblicato stralci di un rapporto riservato redatto da un gruppo di esperti Onu nel quale si accerta il fallimento della missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo (Monuc). Venticinquemila caschi blu ingaggiati per le operazioni di peacekeeping non sono riusciti, secondo quanto sostiene il dossier, a bloccare una rete criminale molto ampia gestita dalle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FdlR), rifugiatesi nel Kivu, est del Congo, dopo la sanguinosa guerra civile del 1994. Da allora i ribelli gestiscono il traffico dell’oro e di altri minerali preziosi - per un valore stimato di un miliardo di dollari l’anno – che scambiano con i trafficanti d’armi dell’Asia, dell’Europa orientale grazie all’appoggio dell’esercito di Kinshasa e alle istitituzioni congolesi che invece dovrebbero lavorare per contrastarle. Il gruppo inquirente, inviato nello stato africano per investigare sulle violazioni dell’embargo delle armi, ha inoltre scoperto che il traffico internazionale, gestito dai responsabili del genocidio in Ruanda, serve per il reclutamento di ulteriori uomini, dando vita così a un circolo criminale paramilitare autofinanziato. Capo indiscusso della rete è il generale Bosco Ntaganda, noto come “Terminator”, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per l’arruolamento di bambini soldato nel 2002-2003 e altri crimini contro l’umanità. Ex appartenente al Congress for the defence of the People, milizia Tutsi, Ntaganda si è unito dall’inizio di quest’anno all’esercito nazionale e i suoi uomini sono dispiegati nelle zone minerarie più ricche della regione. Da qui il controllo indiscusso dei traffici di preziosi, verso il Burundi, l’Uganda, la Tanzania e, poi, verso il resto del mondo. Il cambio merci garantisce a Terminator e ai suoi una forza incontrollabile da parte della comunità internazionale e che continua a produrre morte e distruzione.

Antonio Marafioti


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