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di Elisabetta Norzi e Christian Elia
Il sole del deserto, le vetrate dei grattacieli, il riverbero del mare. A Dubai è facile rimanere abbagliati, non riuscire a vedere cosa si nasconde dietro la facciata di modernità con cui la città si presenta al mondo. Una grande villa bianca, non distante dall'edificio simbolo di Dubai, il Burj Al Arab, era uno squarcio di realtà: un rifugio protetto che apriva le sue porte alle donne e ai bambini in difficoltà, vittime di violenze, di tratta o sfruttamento. La scorsa primavera le porte di City of Hope ("La città della speranza"), questo il nome del centro, sono state chiuse: la stampa locale ha portato avanti una campagna diffamatoria contro la sua fondatrice, Sharla Musabih, accusata di essersi arricchita alle spalle delle ragazze vendendo le loro storie ai giornalisti occidentali, e di avere aiutato alcune donne ad adottare illegalmente bambini abbandonati. Sharla Musabih è scappata negli Stati Uniti, il paese dove è nata, e la Corte di Dubai ha aperto un procedimento contro di lei.
Agli occhi di una giovane donna americana, come è stato arrivare negli Emirati?
Mi sono trasferita a Dubai nel 1984, e non è stato facile. Avevo conosciuto e sposato mio marito, un uomo degli Emirati, anni prima, a Seattle. Quando mi ha detto "andiamo a Dubai" non sapevo nemmeno dove fosse. Mia madre era spaventata. Ricordo le sue parole: "sei sicura di quello che stai facendo? Dovrai piegarti a una cultura diversa, dove la gente non ha avuto le esperienze che hai avuto tu". Il Paese era arretrato, tradizionalista. Poche persone parlavano inglese, ma erano tutti molto cordiali, disponibili. Non dimenticherò mai la vampa di calore che mi ha investito quando la porta dell'aereo si è aperta. Un calore impressionante, ed era notte. La vita era molto semplice, l'atmosfera franca, c'erano piccole comunità di vicinato, le donne andavano di casa in casa, le famiglie si conoscevano tutte.
Quando ha cominciato ad occuparsi delle donne?
Ho cominciato a interessarmi di questioni sociali quando vedevo donne maltrattate, che subivano violenze e non le denunciavano. Nel 1991 ho iniziato ad ospitare queste donne anche a casa mia. Una giovane, in particolare, era stata frustata con un cavo elettrico della televisione. Si è presentata da me e le ho detto: tu non ti muovi di qui, a casa non ci torni. Sono andata in tribunale e ho raccontato la situazione. I giudici e la polizia, all'epoca, erano ancora persone con le quali si poteva parlare, si poteva trattare personalmente. Ci veniva detto di andare in ospedale, far stilare un referto medico e tornare alla stazione di polizia. Ho portato la donna a casa, il giorno dopo eravamo all'ospedale. Il marito era yemenita: gli Emirati, un Paese molto poco popolato, facevano arrivare buona parte dei militari, della polizia, dei magistrati dallo Yemen. Anni fa, l'ospitalità era una virtù diffusissima. Si poteva entrare in un ufficio del governo e sentirsi accolti benevolmente, la gente non era sulla difensiva. Le famiglie andavano in spiaggia coi bambini, c'era, insomma, partecipazione e coesione comunitaria.
Oggi, invece, come è cambiato il tessuto sociale?
Le comunità sono inesistenti, sono state inglobate in questi compound giganteschi. Lo shock culturale è stato enorme, il gap generazionale è incolmabile. Le nuove generazioni non trovano riferimenti identitari nella visione del mondo della generazione precedente. Gli anziani sono i più colpiti: hanno visto arrivare decine e decine di nazionalità diverse. Mia suocera, ad esempio, ha continuato per diverso tempo a far da mangiare offrendolo ai vicini, ma molti di loro, quando si vedevano arrivare questa donna velata con pentole di cibo, non capivano cosa volesse. Lei, semplicemente, stava portando avanti la sua tradizione di utilità e generosità, propria dei tempi del buon vicinato, della vita comunitaria.
Quali sono state le ripercussione dello sviluppo economico sulla società tradizionale?
Lo sviluppo economico non ha portato un equivalente sviluppo sociale. Negli anni, la popolazione degli Emirati è rimasta il dieci per cento del totale. Oggi la sfida è investire nella tutela delle identità e delle tradizioni, ma è difficile se il Paese deve confrontarsi con 200 nazionalità differenti. Non dimentichiamo che Dubai è vittima di un'immigrazione che ne ha stravolto l'identità. I padri fondatori del Paese, come lo sceicco Zayed bin Sultan Al Nahyan e Sheikh Rashid bin Saeed Al Maktoum, hanno fatto ciò che di meglio potevano per il loro Paese, erano dei visionari. Ma bisogna tenere conto che la loro mancanza di esperienza e il fatto che gli Emirati siano una confederazione molto giovane, hanno fatto di un minuscolo Paese ricchissimo di petrolio un luogo sfruttato da gruppi criminali organizzati. Molte aziende trovano qui meravigliose opportunità di lavoro, con manodopera proveniente dai Paesi del Sud est asiatico a bassissimo costo. Quando si è uno dei Paesi con il più alto tasso di crescita al mondo, e si consente alle aziende dalle più disparate provenienze di stabilirsi qui, diventa difficile, a volte sconveniente, controllare in che modo queste aziende operano. Gli Emirati avrebbero dovuto rimettere a posto l'intera struttura sociale prima di permettere alle compagnie straniere di installarsi.
City of Hope è stata il primo rifugio protetto di Dubai, come funzionava?
Ho fondato il centro nel 2001: il mio telefono era diventata l'unità di crisi per abusi di ogni genere, per le segnalazioni delle vittime in tutti e sette gli Stati degli Emirati. Nei due anni precedenti, la mia casa è stata il primo rifugio. Da alcuni casi al mese si è passati a cinque-sei casi alla settimana, poi a decine di casi al giorno. La situazione era diventata insostenibile. City Of Hope è stata davvero il punto di partenza per tutto ciò che riguarda la sensibilizzazione dei diritti umani negli Emirati. Le vittime che chiamavano erano lavoratori schiavizzati, donne, soprattutto vittime di violenza domestica. Molti casi mi venivano direttamente comunicati dalla polizia e avevo instaurato un buon rapporto con i commissariati. Prima di essere costretta a lasciare il Paese ho lavorato perché fosse la polizia il terminale delle denunce, e non la mia organizzazione. Quando una donna si presentava al commissariato, chiamavano me: "Sharla, dovrebbe venire qui e portare con sé la vittima". La polizia non incoraggiava le donne a presentare denuncia alla Procura, anche se su di loro erano chiari e visibili i segni di terribili violenze. La polizia le esortava a perdonare i mariti, che spesso erano convocati al commissariato a riprendersi le mogli. Quando arrivavano, l'unica cosa che i poliziotti facevano era redarguirli, ammonirli, invitarli a firmare un documento in cui dichiaravano che non avrebbero più usato violenza sulle mogli. Con il marito umiliato come un bambino davanti ai poliziotti, la donna maltrattata rimaneva lì seduta, tremando, terrorizzata al solo pensiero di quello che le sarebbe successo una volta tornata a casa. Puntualmente, nella notte la mia organizzazione riceveva una telefonata, e la denuncia di una violenza ancora più grave. Ogni anno si ripetevano le stesse scene. Non sono riuscita a cambiare questo atteggiamento. A un marito è stato fatto firmare il documento, col quale si impegnava a non picchiare più sua moglie, per ben sette volte.
Perché ha dovuto interrompere la sua attività?
Nel 2007 sono stata chiamata dall'ufficio dello sceicco Mohammed bin Rashid: un uomo con toni molto gentili e formali mi convocava per parlare della mia attività. Mi dissero che il Governo aveva intenzione di lanciare un'iniziativa su questi temi. Mi chiesero di chiudere il mio centro e di andare a lavorare per loro. Io li guardai e dissi loro che sarei stata lieta di far da consulente e di mettere la mia esperienza al servizio dello sceicco bin Rashid, ma che chiudere la mia Ong era come compiere una violazione dei diritti umani. Dopo sette mesi di contrattazioni, negoziati, incontri per definire ruoli e competenze, mi dissero che dopo l'estate avremmo lavorato insieme per una nuova fondazione dedicata alle donne e ai bambini. Vado in vacanza, una mattina leggo il giornale e vedo che l'ufficio presidenziale aveva già inaugurato il progetto, con un direttore esecutivo e uno staff. Io ero stata esclusa. Non conoscevo nessuno degli operatori che avrebbero lavorato alla nuova fondazione e non avevo idea se qualcuno di loro avesse esperienza nel sociale. Ho chiamato il responsabile, dicendogli che non sarei entrata in un progetto del genere, perché avevo sempre lavorato senza un padrone e in piena trasparenza. Un giorno il capo della struttura viene a City of Hope e comincia a dare indicazioni: mi dice che le mie ragazze sarebbero state portate nel rifugio governativo. Sono andata a visitarlo: sembra una prigione di massima sicurezza, con guardie armate ovunque. Ho pensato: come posso fare stare le mie ragazze in un posto simile? Alla fine le hanno portate lì ugualmente. Erano totalmente traumatizzate. Tutto quello che c'era a City of Hope è stato portato via. Ho realizzato che era tutto finito. Nello stesso tempo, è cominciata una campagna diffamatoria sulla stampa nei miei confronti. Venivo accusata di sfruttamento, di lucrare sulla mia attività. Una follia, nessuno dei giornalisti che scriveva contro di me e contro il rifugio mi aveva mai visto o parlato, né vi aveva mai messo piede. Uno di loro scrisse anche che collaboravo con Israele contro gli Emirati. La mia vita era a rischio. Da quel momento ho capito che continuare sarebbe stato davvero pericoloso. Mi hanno chiamata dall'ambasciata statunitense e mi hanno detto che dovevo andarmene. Sono partita, da allora non sono più tornata.
Come prosegue il suo impegno oggi?
Ho registrato la mia Ong negli Stati Uniti, ma continuo a seguire casi a Dubai e in Etiopia. Il traffico di esseri umani è un problema enorme in tutto il Medio Oriente e molte delle grandi organizzazioni criminali operano proprio dall'Etiopia: nelle zone rurali organizzano il traffico di operai o prostitute. Venire a Dubai da Addis Abeba costa mille dollari per una giovane donna o per un lavoratore del settore edile. I loro passaporti vengono falsificati, l'età modificata. Adolescenti di 15 anni vengono fatti diventare ragazzi di 21 o 22 e così le ragazze, che diventano schiave del sesso in tutto il Medio Oriente. Vittime di stupri, abusi sessuali, non sanno a chi rivolgersi e spesso non sanno nemmeno dove sono: sono segregate, recluse. Per quanto riguarda i lavoratori dei cantieri, arrivano a Dubai senza conoscere nulla. Non sanno dove andranno a lavorare, cosa ci sia scritto nel loro contratto, ignorano i propri diritti e il perché il passaporto venga loro requisito. Non sanno che lavoreranno come schiavi 12 ore al giorno per sette giorni alla settimana. La situazione è drammatica: a causa della scarsità di popolazione locale, gli Emirati hanno scelto di reclutare personale di polizia e dell'autorità giudiziaria dai Paesi stranieri. Nello specifico dal Sudan e dallo Yemen, dove la corruzione è a livelli altissimi. Questi poliziotti e giudici corrotti controllano la struttura statale che fa arrivare le vittime della tratta fino a Dubai. La situazione oggi è totalmente fuori controllo.