scritto per noi da
Hamed Rouzbehani
La tradizione. Nasce un altro anno persiano. Il ventuno marzo, festa universale della primavera
per tutto il mondo, segnala per il paese di Ciro l’inizio di un nuovo anno solare
dall’egira (viaggio di Maometto dalla Mecca a Medina) secondo il calendario tratto
da Omar Khayyam, grande poeta, matematico ed astrologo iraniano, dai movimenti
della galassia solare. L’anno nuovo in Iran è il 1384 e non corrisponde con il
calendario lunare vigente nei paesi arabi, dove questo è l’anno 1426 dell’egira.
Le cerimonie di Noruz (letterlmente: nuovo giorno) sono le ultime tracce sopravvissute della Persia
preislamica, che la gente non sembra voler dimenticare. Sebbene ci sono degli
ultra islamisti che le rifiutano come eretiche, tutto l’Iran le festeggia con
un entusiasmo indicibile. Il Noruz ha una storia sua. Un re leggendario, Jamshid, aveva messo la sua corona e i
suoi gioielli sulla cima della montagna e, quando il sole è sorto all’alba, i
suoi raggi si sono moltiplicati attraverso la corona e l’immagine ha provocato
una grande gioia tra la gente.
Jamshid ha chiamato quel giorno Noruz e la tradizione è quella che vive e si
festeggia ancora adesso.
La festa del fuoco. Quando il sole compie une volta completa, un colpo simbolico di cannone annuncia
l’inizio dell’anno e si scambiano le congratulazioni, ma le feste cominciano ben
prima: nell’ultimo mercoledì dell’anno precedente e soprattutto la notte del martedì,
gli abitanti di quasi tutti i distretti di Teheran e di molte altre città iraniane
hanno vissuto una vera serata di panico. La festa del fuoco, la sola occasione
della popolazione giovane dell’Iran per lasciarsi andare in libertà, rende le
strade un campo di battaglia. I fuochi d’artificio, che sembrano più dei missili
che dei petardi, i rumori assordanti fanno si che solo pochi osano mettere il
naso fuori di casa. Questa cerimonia non ufficiale lascia dietro di se quasi sempre
ustionati, mutilati e talvolta dei morti, ma questi rischi non riescono a dissuadere
una gioventù dinamica che almeno il giorno di
Chaharshanbé Suri (mercoledí di festa) vuole essere libera.
Comunque, la cerimonia prinipale è il momento in cui tutta la famiglia si riunisce
intorno a un tavolo per il Sofreh Haft Sin (tovaglia di sette S), tutti con i vestiti della festa. Sulla tovaglia si mettono
sette oggetti il cui nome comincia con la lettera S: Sib (mela), Serké (aceto), Sendjed (sorbier des oiseleurs.), Somagh (sumac), Sekkeh (spiccioli), Samaní (suco della linfa del grano), Sabzeh (erba, cioè i grani lasciati in un piatto umido che fioricono) o altre cose
secondo il gusto di chi apparecchia. Sulla Haft Sin si trovano anche il Corano, un grande specchio, le uove colorate e i piccoli
pesci rossi in una bottiglia.
Quando la tv annuncia l’inizio dell’anno, si baciano tutti, si congratulano e
si augurano un anno pieno di felicità. Gli anziani offrono eidí, che di solito è una somma di denaro, ai più piccoli della famiglia,. La tv
recita i versetti del Corano e una preghiera sul Noruz.
Una lunga festa. Nei giorni successivi si va a visitare i parenti più anziani, una tradizione
islamica che fornisce una propizia occasione per le riconciliazioni in caso di
contrasti in famiglia. Incontrandosi per strada si dice
Sad Sal bé In Salha (abbia cento anno meglio di questo) ed altri auguri di questo tipo. Alla fine
la festa è un costo per le famiglie, per le cose da mangiare, per le mance e per
i vestiti nuovi, ma sono soldi spesi con gioia.
La tv iraniana, per tutto il giorno, diffonde programmi leggeri e distensivi
per divertire la gente che per quel giorno di festa non lavora e non va a scuola.
Per 13 giorni l’Iran sembra morto, perché gli uffici sono chiusi e tutti preferiscono
riposarsi. Non consiglio a nessuno di viaggiare a Teheran durante il Noruz, perché non si trova nemmeno un taxi. La gente viaggia dalla capitale verso
le province per cambiare aria e tutti non lavorano. I bambini si sentono felici
di ricevere tanti soldi, ma non si possono dar pace per i doveri che la scuola
infligge loro, cioè i compiti per le vacanze che gli vengono affidati l’ultimo
giorno delle vacanze.
La festa finisce ufficialmente il 13 Farvardin, il primo mese dell’anno. Questo
giorno si chiama Sizdah Bedar (il tredici fuori), e si festeggia uscendo di casa nel 13esimo giorno dell’anno
per fare un picnic insieme alla famiglia. Secondo le credenze zoroastriane (il
retaggio culturale persiano pre-islamico), il 13 è un numero funesto e per evitare
la cattiva sorte si deve andare in un parco, un giardino o un campo comunque ricco
di erba, con un fiume o un corrente d’acqua.
Si pranza fuori, sedendosi sulla terra, ma i parchi sono cosí pieni di gente
che non si riesce a trovare un posto dove stare tranquilli. Ben 14 milioni di
abitanti di Teheran scendono nei parchi e rovinano i pochi spazi verdi che si
trovano ancora in città. Seguendo le tradizioni, le persone lanciano davanti a
loro dei fili d’erba intrecciati, perché porta fortuna e si dice che serva per
trovare l’anima gemella.