25/11/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Chávez ha fatto buttar giů due passaggi pedonali sul fiume Táchira, che univano il suo paese alla Colombia. Tra Caracas e Bogotŕ c'č aria di tempesta

"Il più grande errore storico mai commesso dalla Colombia". Ernesto Samper, ex presidente della repubblica, ha definito così l'accordo militare che Bogotà ha stilato con gli Stati Uniti, concedendo loro di installare sette basi in territorio colombiano.
L'autorevole settimanale colombiano Semana sta dedicando ampio spazio alla vicenda e la lega all'inasprirsi della crisi con Caracas e quindi ai gravi episodi che da alcune settimane si susseguono alla frontiera colombo-venezuelana, e che hanno spinto Caracas ha distruggere due ponti di collegamento. Perciò ha pubblicato una lunga intervista all'ex inquilino di Casa del Narino, il quale non ha mostrato titubanze: con la perdita di Panamà, strappata a Bogotà nel 1903, la firma che Uribe a messo in calce al documento sulle basi è il più grande sbaglio della storia colombiana, che pone il paese al centro di un fuoco incrociato di critiche e situazioni diplomatiche pericolose.

"La tensione in Sud America è sempre più alta - racconta - ed è colpa di questo accordo". Secondo Samper, che governò il paese tra il 1994 e il 1998, dietro ai loschi episodi avvenuto alla frontiera, tra cui la distruzione di due ponti per mano della Guardia Nacional di Caracas, c'è una reazione al patto con Washington. "E' ovvio che dietro a tutto questo c'è la questione delle basi militari. Il governo avrebbe dovuto prevederlo che questo sarebbe stato visto da molti paesi come una minaccia alla sicurezza" della regione, ha precisato a Semana. Insinuando anche che forse, tutto pare più comprensibile se si considerano proprio le comprovate capacità di previsione dello staff di Alvaro Uribe. Incrementare la tensione, spingere al limite i già delicati rapporti con Hugo Chàvez potrebbe, infatti, essere parte di una strategia per preparare il terreno alla terza rielezione del presidente colombiano. Tensione e paura sono le più fedeli alleate di Uribe: se la gente teme un inasprimento del conflitto, vota Uribe, il paladino della sicurezza "democratica". "Mantenere il conflitto potrebbe legittimare un'eventuale rielezione del presidente Uribe", spiega Samper, senza mezzi termini.

A che prezzo? È ormai chiaro che le basi Usa in Colombia non serviranno solo per la lotta al narcotraffico, che comunque è il biglietto d'invito che Bogotà rinnova puntualmente alla Casa Bianca, il pretesto perfetto. Che non regge, però. L'ex presidente si è affrettato a precisare che Bogotà, nella sua presunta lotta al narcotraffico, non aveva certo bisogno di lasciare che gli Usa si inflitrassero a tal punto nel suo territorio. E che questo assomigli in tutto e per tutto al solito pretesto, lo testimonia persino l'equipaggiamento di cui saranno dotate le basi. Aerei C-17, Orion-3 o Awacs, perfetti per operazioni di vigilanza sulla regione latinoamericanana, altro che narcos.
Da qui la presa di posizione di Samper in difesa delle continue dichiarazioni di Hugo Chávez, che non si stanca di ripetere come quelle basi Usa a tre passi da casa rappresentino una minaccia diretta contro il suo paese. "Chávez effettivamente pensa che quelle basi in cogestione siano un rischio per la sicurezza venezuelana. Sono in lungo e in largo e con equipe che, per esempio, da Malambo posso arrivare fino a Maracaibo (occidente venezuelano)". E Samper non biasima nemmeno i timori di Chávez per la Falda petrolifera dell'Orinoco, la maggiore riserva di greggio al mondo, situata nel centro-est del paese, e a due passi dalle basi.

"Il fatto che le basi del sud Colombia siano una risposta strategica al petrolio dell' Orinoquía non è solo un delirio paranoico del presidente venezuelano - precisa Samper, insistendo sulla questione del narcotraffico -. Chávez ha tutto il diritto di sentirsi minacciato da queste installazioni militari Usa, perché effettivamente noi colombiani non ne avevamo bisogno per combattere il narcotraffico". E continua, convinto che nell'attuale crisi diplomatica con il Venezuela, la Colombia è la più colpita, dato che sono in ballo più di 4 milioni di dollari al giorno in interscambi commerciali. "Ci sono imprenditori disperati e tutto quello che il governo sa dire loro è che il paese si sta aprendo a nuovi paesi. Come se fosse semplice rimpiazzare un mercato simile vendendo roba confezionata agli Emirati Arabi", aggiunge l'ex presidente.
Una Colombia che sbaglia in toto, quella di Samper, colpevole in particolare perché starebbe internazionalizzando il conflitto, ma certo Samper non salva gli Stati Uniti: "Stiamo ancora aspettando un segnale di speranza, che Obama cambi il modo Usa di tessere i rapporti in America Latina".

Se infatti Chávez sta gettando legna sul fuoco, Uribe non fa niente per spegnere l'incendio. Che i rapporti fra i due siano pessimi non è una novità, ma negli ultimi due mesi sono arrivati a uno stadio di tensione tale da travalicare gli scambi verbali tra leader per sfociare in situazioni concrete che stanno coinvolgendo la gente di frontiera. Di qua e di là. Seriamente.

Nonostante nei rispettivi palazzi del potere da tempo si parlasse di invasioni, complotti, tradimenti, spionaggio e altre grandi micce pronte ad accendersi provocando una guerra, nei paesi di frontiera si viveva in pace, lontani anni luce dagli umori della politica dei palazzi. Ma qualcosa è cambiato. La guardia nazionale venezuelana ha buttato giù i due ponti che da 25 anni univano Ragonvalia a Las Delicias, il Venezuela alla Colombia, e fra la gente per la prima volta da decenni ha paura. Di ponteggi pedonali simili ce ne sono a decine lungo il fiume Táchira, il confine naturale tra le due nazioni, tutti costruiti dagli abitanti che da una vita condividono tutto con i vicini di casa, in un continuo interscambio. I bambini colombiani vanno ogni giorno dal lato venezuelano a studiare, così come i giovani venezuelani spesso viaggiano fino a Cúcuta, per esempio, per frequentare dei corsi di studio. I venezuelani vanno in Colombia per comprare vestiti, alimenti e caffè e i colombiani prendono di là dal ponte i cosmetici e il combustibile. Entrambi i lati guardano la medesima televisione e ascoltano le stesse stazioni radiofoniche, ballano le medesime canzoni di moda, si divertono, si amano e formano famiglie miste. La stessa identica cosa che avviene in ogni città di frontiera, senza muri né ideali né reali.


Ma cosa ha portato a scegliere di buttar giù quei ponti così significativi? Una serie di eventi tragici concatenati. Agli undici massacrati in Táchira, la maggioranza dei quali colombiani, è seguito l'omicidio di due agenti della Guardia Nacional. Da qui, è iniziata una lista di detenzioni di colombiani accusati di spionaggio, tra cui anche un agente segreto del Das, l'intelligence colombiana. E i proclami alla guerra di Chávez. Quindi, deportati, detenuti, chiusura della frontiera, restrizione del commercio e morti misteriose. Poi il crollo dei ponti costruiti senza autorizzazione internazionale, di cui, secondo Caracas, si servivano i paramilitari per entrare indisturbati in Venezuela.
Adesso i rapporti corrono sul fil di lama, con Bogotà che ha inserito questi crolli nel clima di preguerra nel quale sono piombati i due paesi, definendoli "atti non amichevoli". Ogni episodio, da ora in avanti, verrà sicuramente interpretato da una parte e dall'altra come un oltraggio, e la situazione nella regione resta critica e senza uno straccio di mediatore all'orizzonte. Uribe si è comunque rivolto all'Unasur, al Gruppo di Rio, all'Oea e all'Onu, alle quali riferirà di ogni incidente, anche il più banale, tracciando un tentativo diplomatico. Ma tutti questi organismi hanno le mani legate, non potendo intervenire se non in caso di guerra.
Gli occhi si volgono ora sul solito Brasile, che ha dichiarato però di dover prima capire cosa sta realmente accadendo alla frontiera.

 

Stella Spinelli

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