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L’esercito statunitense sta faticando sempre di più a raggiungere il numero di
reclute che si prefigge ogni anno per rinnovare i propri ranghi. La prolungata
situazione di conflitto in Iraq sta sicuramente avendo un effetto negativo sulla
disponibilità dei giovani ad arruolarsi, ma il calo dell’appeal dell’uniforme
è probabilmente dovuto anche all’attività dei “contro-reclutatori”: studenti e
adulti pacifisti che, con una passione che mai vista dai tempi del Vietnam, vanno
nelle high school e nei college di tutto il Paese per informare i ragazzi su cosa significa veramente entrare
nell’esercito, invitandoli a non credere ciecamente a quello che dicono i reclutatori
in uniforme per attirare la loro attenzione.
Promesse non mantenute. “Cerchiamo di far ragionare gli studenti – dice Todd Boyle, 50 anni, fondatore
dell’associazione Washington Truth in Recruiting (Watir) – e coinvolgiamo i genitori, i professori, chiunque possa aiutarli a decidere
che strada prendere nella vita”. Uno degli argomenti più discussi con i ragazzi
che si avvicinano ai banchetti di Watir è l’aiuto economico che l’esercito può effettivamente offrire ai giovani per
andare al college. I manifesti delle forze armate puntano decisamente in questa
direzione: “Entra nell’esercito e guadagna fino a 40mila dollari per il college”,
dicono. “Questa è una delle bugie che i reclutatori raccontano agli studenti –
spiega Boyle –. A volte mentono, altre volte omettono informazioni fondamentali:
non dicono, per esempio, che solo il 35 per cento delle reclute riceve fondi per
l’istruzione, e che la maggior parte di questi fortunati mette insieme comunque
molto meno di 40mila dollari per gli studi”. Una versione confermata anche da
Darrell Anderson, un soldato che dopo aver combattuto in Iraq è scappato in Canada e ora rischia
una condanna per diserzione: ha raccontato di essersi arruolato perché l’esercito
gli aveva promesso 50mila dollari per il college, oltre ad assicurargli che non
avrebbe mai dovuto servire all’estero.
Le difficoltà dell’esercito. L’attivismo dei contro-reclutatori è cresciuto negli ultimi mesi, proprio in
concomitanza con i primi problemi avuti dalle forze armate nel rimpolpare i ranghi.
In un recente studio, pubblicato sul suo sito ma tolto una volta che la notizia
è stata ripresa dai giornali statunitensi, l’esercito ha ammesso che “il reclutamento
di volontari sta diventando sempre più difficile”. In particolare, la ricerca
indicava che la disaffezione è in aumento tra le donne e i neri. Il numero di
afro-americani nelle nuove reclute è calato del 41 per cento dal 2000 a oggi:
la loro presenza si è ridotta dal 23,9 per cento al 14 per cento. Le donne sono
invece diminuite del 13 per cento. Nello scorso mese di febbraio, inoltre, per
la prima volta negli ultimi cinque anni l’esercito ha mancato del 27 per cento
il suo obiettivo minimo di reclutamento. Le previsioni per l’immediato futuro
non sono migliori: la scorsa settimana il responsabile del personale dell’esercito
ha ammesso davanti al Congresso che gli obiettivi per marzo e aprile saranno anch’essi
difficili da raggiungere. E la crisi sta toccando anche il corpo dei Marines,
che a gennaio e febbraio non è riuscito a reclutare il numero di giovani sperato:
non era mai successo nell’ultimo decennio. Dato che invece la marina e l’aeronautica
– non impegnate sul campo in Iraq – non stanno avendo problemi del genere, molti
attribuiscono questo calo negli arruolamenti alla precaria situazione nel Paese
mediorientale.Alessandro Ursic