scritto per noi da
Matteo Colombi

L’intero Paese è avvinghiato alla battaglia legale, ideologica, politica che
si svolge attorno al corpo di Terri Schiavo, da quindici anni esanime. Un corpo
ormai privo di anima, tenuto in vita da pompe e tubi. Si invoca il valore della
vita, la teologia, ma la realtà è che invece di avere fede nell'anima eterea,
i più religiosi si attaccano al corpo, alla continuazione di questo corpo, lo
iconizzano. Difendono questa vita, non tutte le vite. Chiamano il marito di Schiavo
un assassino, un empio, tramite ciò definiscono la propria dedizione alla parola
di Dio. La vita è il suo dono. I genitori hanno combattuto per tenere in vita
quell’insieme di cellule che per loro sembra ancora una persona, la loro bambina.
Vanno perlomeno compatiti. Le palpebre che battono, i movimenti involontari, per
loro sono la prova di una presenza latente. Nonostante la mole di pareri convergenti
dei medici riguardo alle speranze di ricupero della conoscenza, nonostante la
lesione cerebrale e il sonno infinito che dura da decenni, i genitori di Terri
Schiavo hanno lottato tramite le corti e la politica contro il marito di lei,
che ha dato l’assenso, ormai anni fa, a rimuovere i tubi e le pompe che nutrono
il corpo della moglie.
Piano piano, una dopo l’altra le corti della Florida hanno riconosciuto il diritto
del marito su quello dei genitori, e intimato il provvedimento suggerito dai medici.
Il governatore Jeb Bush e il parlamento statale sono intervenuti un anno fa, mettendosi
di traverso al sistema giudiziario, facendo saltare per aria la divisione dei
poteri. I politicanti hanno cavalcato questa piccola crociata. Ma in ultimo l’iter
giudiziario ha portato di nuovo allo stesso punto: il diritto del marito di dare
l’assenso ai medici di porre fine alla vita dell’organismo che fu sua moglie.

E’ a questo punto, pochi giorni dopo il secondo anniversario dell’inizio delle
ostilità tra gli Usa e l’Iraq, che George W. Bush ha firmato in fretta e furia
una legge partorita dal Congresso in una sessione notturna organizzata d’emergenza.
Una legge fatta su misura per sottrarre la giurisdizione sul caso Schiavo alle
corti della Florida e rimetterlo alle corti federali. In un provvedimento di dubbia
costituzionalità, violando le competenze degli Stati in relazione al governo federale,
e di enorme ingerenza negli affari civili e personali dei cittadini, la maggioranza
repubblicana con ampio sostegno dei democratici si è unta il capo, e in maniera
santimoniosa, si è imposta ai giudici della Florida, ai medici, al marito di Terri
Schiavo. Non avendo ottenuto quello che volevano dal giudice federale, è probabile
che vi sarà pressione per un appello, e Bush minaccia altri interventi “esecutivi”,
sebbene non sia chiaro su che base legale egli possa giustificare ulteriori manipolazioni
delle procedure giudiziarie.
Il corpo di Terri Schiavo intanto langue, disintubato, essendo l’utlimo giudizio
legale ormai effettivo. Dinanzi alla piccola crociata dei politici e della destra
cristiana la maggioranza degli americani, secondo i sondaggi di opinione, è infastidita
dalla tracotanza dei parlamentari, dalla loro invadenza in una materia così personale,
e soprattutto dichiara che se fosse in una analoga situazione (quindici anni di
stato vegetativo senza speranza di recupero) vorrebbe essere staccata dai sistemi
di supporto.

Ma la
sagrada familia Bush continua imperterrita, con il presidente George W. che dice ai giornalisti:
“...meglio errare a favore della vita...”. Da governatore del Texas ha controfirmato
l’esecuzione di centinaia di detenuti, tra cui anche minorati mentali, e da presidente,
su false illazioni ingigantite a proposito, ha poi lanciato una guerra di aggressione
in Iraq, in seguito a quella con i talebani in Afghanistan, portando alla morte
decine di migliaia se non centinaia di migliaia di persone. Quest’uomo è rispettosamente
considerato come il paladino della ‘vita’. Cos’è questa mostruosa cosa, questo
culto della vita disposto a dare così poca importanza a così tante altre vite,
inorridito dalle difficili scelte che derivano dalla medicina, ma non dalle evitabili
scelte di fare la guerra? Le grandi battaglie della bioetica ruotano attorno al
conflitto tra l’espansione delle oggettive possibilità tecniche-scientifiche,
e la disgiunzione tra i criteri religioso-tradizionali e quelli moderni che sono
in disaccordo nella definizione di cos’è una vita “funzionante” e dunque da proteggere,
rispetto ad una vita “cellulare” ma non “umanamente funzionante”. Il grande paradosso
è che le discussioni bioetiche infuriano in un contesto di guerra, di povertà
planetaria in cui abbiamo grandi responsabilità. Ma questo contesto è accettato,
propagandato, organico al nostro modo di vivere.