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Paragonare una donna musulmana al proverbiale re Davide può forse apparire azzardato, ma Asah – nome fittizio – l’inserviente irachena che ha denunciato di aver subito molestie sessuali all’interno dell’Ambasciata britannica a Baghdad, ha deciso di non mollare e chiamare davanti al giudice niente meno che il Regno Unito. Un’istanza che, se accolta, rischia di dare avvio ad un processo che passerà alla storia del diritto consuetudinario britannico come quello della donna delle pulizie irachena che sfidò il governo di Londra.
La vicenda. Si svolge fra il 2006 e gli inizi del 2007 e ha come protagonisti la donna delle pulizie e alcuni funzionari di nazionalità britannica alle dipendenze della Kbr, una compagnia statunitense incaricata di gestire il personale locale operativo all’interno dell’edificio diplomatico a Baghdad. Gestione del personale che, secondo quanto denunciato da Asah, madre di cinque figli, si è ben presto trasformata in un vero e proprio abuso dello stesso. La ricostruzione dei fatti è inquietante: in un primo momento un contractor britannico offrì ad Asah un raddoppio di stipendio in cambio di una notte di sesso. Dopo aver incassato il netto rifiuto della donna l’affaire passò da proposta di promozione a riduzione della paga e, successivamente, a licenziamento immotivato. Al tempo il caso fu affidato al Foreign Commonwealth Office (Fco) – organo governativo incaricato tra l’altro di vegliare sul rispetto dei diritti umani – che dopo aver preso nota della totale indisponibilità dell’Ambasciata (non implicata) di far luce sulla vicenda decise di passare il caso alla stessa Kbr che, quindi, avrebbe dovuto aprire un’indagine interna. La soluzione che lo stato maggiore dell’azienda trovò al tempo fu emblematica: confermare il licenziamento della donna e procedere con quello di due cuochi, sempre iracheni, che in qualità di testimoni accreditarono l’intera versione.
Riapertura del caso. Questo è quanto accadde dal maggio del 2008 fino ad oggi. Ad un anno e mezzo di distanza dagli ultimi sviluppi ad Asah è stato riconosciuto il diritto di adire le vie legali contro il governo di Sua Maesta britannica, reo di aver permesso che il Fco fallisse nel suo compito di proteggere i diritti della donna. Lo scorso agosto Tessa Gregory, suo rappresentante legale, si è recata a Beirut per raccogliere una testimonianza firmata dei tre ex dipendenti. "É venuto da dietro e mi ha spinto con violenza sul letto – ha raccontato Asah -. Ho lottato e sono riuscita ad alzarmi dal letto. L’ho spinto via. Mentre stavo scappando mi ha afferrato per la camicia, ma sono riuscita a liberarmi e a chiudermi nel bagno". La deposizione si riferisce ad un episodio che sarebbe accaduto all’interno della residenza dell’ambasciatore nella Green zone di Baghdad quando un secondo uomo della Kbr avrebbe cercato di abusare della donna. Dall’azienda texana, sulla scia di quanto sostenuto nelle ultime ore dall’Fco, hanno fatto sapere che questa accusa non era stata minimamente sollevata nel 2007 e che il caso “è stato studiato e chiuso”. Chiuso senza aver udito i testimoni, con la riabilitazione totale dei manager sotto accusa – allontanati temporaneamente e multati di qualche migliaio di sterline – e, infine con un encomio da parte del Foreing Office per aver condotto correttamente l’indagine.
Recidivi. Che sull’intera questione ci sia una sorta di reticenza da parte di Kbr non sorprende. Come non sorprende il fatto che sul proprio sito web l’impresa di Huston dedichi intere pagine ai diversi riconoscimenti internazionali ottenuti nel corso degli anni e nemmeno una notizia sull’avvio e i metodi di conduzione dell’indagine interna. Probabilmente la politica del “lasciar passare il tempo” è stata adottata dopo la vicenda che nel 2005 vide sfortunata protagonista Jamie Leigh Jones ex dipendente della Kbr. La donna allora diciannovenne accusò sette suoi colleghi di averla drogata e violentata in gruppo il 28 luglio del 2005 a Camp Hope, Baghdad. I suoi legali dichiararono che: “Quando si svegliò la mattina dopo ancora sotto l’effetto della droga, trovò il suo corpo nudo e gravemente ferito, con lacerazioni alla vagina e all’ano, sangue che colava dalla gamba, le sue protesi mammarie rotte e i muscoli pettorali strappati”. Conseguenze penali o civili per gli imputati: nessuna.
Cambio di rotta? Questa volta però il vento potrebbe cambiare perchè la riapertura del fascicolo su Asah è giunto lo stesso giorno in cui il ministro della Difesa del Regno Unito, Bob Ainsworth, ha confermato che sono in corso 33 indagini per verificare denunce di abusi sessuali su civili iracheni da parte dei soldati britannici nel sud dell’Iraq presumibilmente commessi dal 2003. Gli avvocati di pubblico interesse, deputati alla difesa dei diritti dei civili in Iraq, aspettano a giorni che la domanda di controllo giurisdizionale presentata lo scorso settembre sia accolta e che la Corte Suprema fissi la data dell'udienza. In giudizio Asah chiederà ai magistrati ciò che Londra non è stata in grado di assicurarle: “di avere indietro i miei diritti e di riacquistare la mia dignità”.
Antonio Marafioti