24/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Sono passati 25 anni dall'omicidio di monsignor Romero, ma l'impunità regna ancora sovrana
Monsignor RomeroVenticinque anni fa moriva, freddato ai piedi dell’altare da cui stava celebrando la messa, l'alto prelato simbolo dell’emancipazione dei poveri e della lotta per la giustizia: Oscar Romero, vescovo dell’arcidiocesi di San Salvador. A ucciderlo, con due colpi di pistola in pieno petto, due sicari armati dal regime di destra che ha oppresso il Paese per decenni.
 
Era il 24 marzo 1980. Un periodo nero della storia del piccolo Paese del Centro America. Gli omicidi di poveri contadini e di oppositori al regime erano all’ordine del giorno. Tutti massacri compiuti da organizzazioni paramilitari di destra, protette e sostenute dal governo. Un’era oscura, che vede al potere il generale Carlos H. Romero, il quale vince le presidenziali grazie a eclatanti brogli elettorali. Nel paese dilaga la repressione sociale e politica.
Quando viene nominato vescovo dell’arcidiocesi di San Salvador è il febbraio 1977, ma il suo arrivo non allarma chicchessia: è considerato un “uomo di studi”, un conservatore, non impegnato socialmente né politicamente, quindi non un personaggio scomodo. Da lui ci si aspetta una pastorale aliena dai problemi sociali, una pastorale concentrata sullo “spirito” e sulla salvezza eterna. Ma in poco tempo ogni previsione è smentita.
 
Manifestazione per la morte del vescovoCon i poveri. Monsignor Romero inizia a lavorare con passione accanto ai più poveri, spendendo azioni e parole in nome della giustizia sociale, dei diritti umani, contro la corruzione, la disonestà, la repressione. I fatti tragici che piegano la società, il sangue della povera gente versato in nome della violenza e del potere, coinvolgono il vescovo conservatore, che si trasforma in aiuto e sostegno per l’intero popolo salvadoregno. Continui gli attestati di riconoscimento che gli arrivano dall’estero, per la sua strenua attività vicino ai bisognosi, tutti accettati in nome del popolo del Salvador.
Poi un evento tragico, l’ennesimo. Il gesuita Rutilio Grande viene assassinato per mano dei sicari del regime. Il vescovo reagisce con decisione: vuol sconfiggere l’impunità. Apre un’inchiesta e chiude per tre giorni scuole e collegi. Nelle sue omelie accusa direttamente il potere politico e giuridico. Istituisce una commissione permanente in difesa dei diritti umani. Sono trasmesse anche alla radio. Vengono pubblicate sul giornale “Orientación”. Arrivano alle orecchie di migliaia di persone. Una parte della Chiesa comincia a lasciarlo solo, additandolo come un “istigatore della lotta di classe e del socialismo”. Ma Romero invita a riflettere, a prendere coscienza dei propri diritti e ad agire prontamente per cambiare le cose.
Principi che continua a proferire fino alla fine. Ogni giorno. Senza tregua.
 
fiaccolata per il vescovoNonostante le minacce. Dal ’77 all’80 cambiano i volti al potere ma il risultato è sempre quello: dittatura, violazioni, sangue. E Romero non accetta di desistere nelle sue denunce, nemmeno sotto minacce di morte. “Se mi uccideranno, risorgerò nel popolo salvadoregno”, commenta ogni volta. Poi, in quel caldo marzo tropicale, mentre eleva il calice nell’Eucarestia, viene ucciso. Queste le sue ultime parole: “In questo Calice il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo e il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo. Questo momento di preghiera ci trovi saldamente uniti nella fede e nella speranza”. E i due colpi sordi rimbombano nel silenzio.
 
Da allora poco è cambiato. L’Associazione per i diritti umani in America Latina ha appena lanciato una denuncia affinché venga meno l’impunità che ancora regna sovrana nel Salvador. Lo fa, prendendo spunto dall’anniversario di un altro omicidio commissionato dal regime, quello di Marianella García Villas, la giovane fondatrice dell’Aldhu, nonché vicepresidente della Federazione internazionale dei diritti umani e grande collaboratrice di monsignor Romero. Fu torturata, violentata e assassinata dagli esponenti del battaglione Atlacatl, nel cantone Las Bermudas de Suschitoto, il 13 marzo del 1983.
Il movente. Impedirle di denunciare l’uso di Napalm, fosforo bianco e altre armi chimiche da parte dell’esercito salvadoregno nei massacri di contadini e indigeni che erano soliti susseguirsi in Salvador. Un omicidio, l’ennesimo, rimasto avvolto nel silenzio e nel mistero, nonostante gli anni e i governi democratici o presunti tali.
 
La lettera. “Il Presidente si è impegnato di fronte al suo popolo e davanti alla comunità internazionale a rispettare e a far rispettare i diritti umani – spiega il segretario generale dell’Aldhu, Juan De Dior Parra – Ecco, in nome di questo compromesso lo invitiamo e porre fine all’impunità che continua a proteggere i criminali che assassinarono Marianella. Lo invitiamo a rendere omaggio alla verità e alla giustizia, rompendo la catena dei governi indolenti che si sono susseguiti  in questi 23 anni e a dare una svolta drastica alla storia salvadoregna, ordinando la detenzione e il rinvio a giudizio degli assassini”. Per questo è stata inviata una lettera intestata direttamente a Elias Antonio Saca González, presidente della Repubblica di El Salavador. “E con la stessa fermezza pretendiamo giustizia per l’omicidio di monsignor Oscar Arnulfo Romero, di Herbert Amayo Sanabría e di molti altri salvadoregni che sono caduti nell’olocausto della repressione militare”. Quindi un appello alla comunità internazionale: “Aiutateci in questa nostra missione. Aiutateci affinché tramonti l’impunità”.
 
In silenzio. Il Salvador ricorda oggi il suo vescovo con un pellegrinaggio silenzioso dalla Basilica del Sacro Cuore alla Cattedrale. Schiere di fedeli, provenienti da molti Paesi, sono già nella capitale. Tanti stanno visitando la piccola casa per malati di cancro che monsignor Romero fece costruire nel cortile di un ospedale.

Stella Spinelli

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