Sono passati 25 anni dall'omicidio di monsignor Romero, ma l'impunità regna ancora sovrana

Venticinque anni fa moriva, freddato ai piedi dell’altare da cui stava celebrando
la messa, l'alto prelato simbolo dell’emancipazione dei poveri e della lotta per
la giustizia: Oscar Romero, vescovo dell’arcidiocesi di San Salvador. A ucciderlo,
con due colpi di pistola in pieno petto, due sicari armati dal regime di destra
che ha oppresso il Paese per decenni.
Era il 24 marzo 1980. Un periodo nero della storia del piccolo Paese del Centro America. Gli omicidi
di poveri contadini e di oppositori al regime erano all’ordine del giorno. Tutti
massacri compiuti da organizzazioni paramilitari di destra, protette e sostenute
dal governo. Un’era oscura, che vede al potere il generale Carlos H. Romero, il
quale vince le presidenziali grazie a eclatanti brogli elettorali. Nel paese dilaga
la repressione sociale e politica.
Quando viene nominato vescovo dell’arcidiocesi di San Salvador è il febbraio
1977, ma il suo arrivo non allarma chicchessia: è considerato un “uomo di studi”,
un conservatore, non impegnato socialmente né politicamente, quindi non un personaggio
scomodo. Da lui ci si aspetta una pastorale aliena dai problemi sociali, una pastorale
concentrata sullo “spirito” e sulla salvezza eterna. Ma in poco tempo ogni previsione
è smentita.
Con i poveri. Monsignor Romero inizia a lavorare con passione accanto ai più poveri, spendendo
azioni e parole in nome della giustizia sociale, dei diritti umani, contro la
corruzione, la disonestà, la repressione. I fatti tragici che piegano la società,
il sangue della povera gente versato in nome della violenza e del potere, coinvolgono
il vescovo conservatore, che si trasforma in aiuto e sostegno per l’intero popolo
salvadoregno. Continui gli attestati di riconoscimento che gli arrivano dall’estero,
per la sua strenua attività vicino ai bisognosi, tutti accettati in nome del popolo
del Salvador.
Poi un evento tragico, l’ennesimo. Il gesuita Rutilio Grande viene assassinato
per mano dei sicari del regime. Il vescovo reagisce con decisione: vuol sconfiggere
l’impunità. Apre un’inchiesta e chiude per tre giorni scuole e collegi. Nelle
sue omelie accusa direttamente il potere politico e giuridico. Istituisce una
commissione permanente in difesa dei diritti umani. Sono trasmesse anche alla
radio. Vengono pubblicate sul giornale “Orientación”. Arrivano alle orecchie di
migliaia di persone. Una parte della Chiesa comincia a lasciarlo solo, additandolo
come un “istigatore della lotta di classe e del socialismo”. Ma Romero invita
a riflettere, a prendere coscienza dei propri diritti e ad agire prontamente per
cambiare le cose.
Principi che continua a proferire fino alla fine. Ogni giorno. Senza tregua.
Nonostante le minacce. Dal ’77 all’80 cambiano i volti al potere ma il risultato è sempre quello: dittatura,
violazioni, sangue. E Romero non accetta di desistere nelle sue denunce, nemmeno
sotto minacce di morte. “Se mi uccideranno, risorgerò nel popolo salvadoregno”,
commenta ogni volta. Poi, in quel caldo marzo tropicale, mentre eleva il calice
nell’Eucarestia, viene ucciso. Queste le sue ultime parole: “In questo Calice
il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio
di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo e il nostro sangue per
la giustizia e la pace del nostro popolo. Questo momento di preghiera ci trovi
saldamente uniti nella fede e nella speranza”. E i due colpi sordi rimbombano
nel silenzio.
Da allora poco è cambiato. L’Associazione per i diritti umani in America Latina ha appena lanciato una denuncia
affinché venga meno l’impunità che ancora regna sovrana nel Salvador. Lo fa, prendendo
spunto dall’anniversario di un altro omicidio commissionato dal regime, quello
di Marianella García Villas, la giovane fondatrice dell’Aldhu, nonché vicepresidente
della Federazione internazionale dei diritti umani e grande collaboratrice di
monsignor Romero. Fu torturata, violentata e assassinata dagli esponenti del battaglione
Atlacatl, nel cantone Las Bermudas de Suschitoto, il 13 marzo del 1983.
Il movente. Impedirle di denunciare l’uso di Napalm, fosforo bianco e altre armi
chimiche da parte dell’esercito salvadoregno nei massacri di contadini e indigeni
che erano soliti susseguirsi in Salvador. Un omicidio, l’ennesimo, rimasto avvolto
nel silenzio e nel mistero, nonostante gli anni e i governi democratici o presunti
tali.
La lettera. “Il Presidente si è impegnato di fronte al suo popolo e davanti alla comunità
internazionale a rispettare e a far rispettare i diritti umani – spiega il segretario
generale dell’Aldhu, Juan De Dior Parra – Ecco, in nome di questo compromesso
lo invitiamo e porre fine all’impunità che continua a proteggere i criminali che
assassinarono Marianella. Lo invitiamo a rendere omaggio alla verità e alla giustizia,
rompendo la catena dei governi indolenti che si sono susseguiti in questi 23
anni e a dare una svolta drastica alla storia salvadoregna, ordinando la detenzione
e il rinvio a giudizio degli assassini”. Per questo è stata inviata una lettera
intestata direttamente a Elias Antonio Saca González, presidente della Repubblica
di El Salavador. “E con la stessa fermezza pretendiamo giustizia per l’omicidio
di monsignor Oscar Arnulfo Romero, di Herbert Amayo Sanabría e di molti altri
salvadoregni che sono caduti nell’olocausto della repressione militare”. Quindi
un appello alla comunità internazionale: “Aiutateci in questa nostra missione.
Aiutateci affinché tramonti l’impunità”.
In silenzio. Il Salvador ricorda oggi il suo vescovo con un pellegrinaggio silenzioso dalla
Basilica del Sacro Cuore alla Cattedrale. Schiere di fedeli, provenienti da molti
Paesi, sono già nella capitale. Tanti stanno visitando la piccola casa per malati
di cancro che monsignor Romero fece costruire nel cortile di un ospedale.