13/11/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Riuscito il trasferimento degli afgani di Capitan Bavastro al Cara di Castelnuovo di Porto

C'era aria di mobilitazione, ieri, nelle fondamenta. Gli afgani di Capitan Bavastro, i giovani profughi che hanno vissuto per molti mesi accampati in tende e baracche, preparavano le valigie. A mezzogiorno sarebbero arrivati i bus della Croce Rossa Italiana (Cri) per il trasferimento al Centro accoglienza richiedenti asilo (Cara) di Castelnuovo di Porto, la grande base logistica che si trova sulla provinciale Tiberina. Ognuno con la valigia o un sacco nero dove raccogliere le loro cose. Coperte, qualche abito, cibo, sapone, pettine. Molti di loro hanno perso il conto di quante volte hanno riempito il borsone delle loro cose per andare altrove, chissà dove. Ai volontari di Medu, i Medici per i diritti umani chiedevano: "Dove ci portano? Quanto è lontano?". Le rassicurazioni ai vari Mohammed, Ibrahim, Wahid: stavano andando in un posto dove ci sarà un tetto, dei letti e dei bagni che possono essere definiti tali. Sorridevano, erano felici. Ma in cuor loro preoccupati: è vero, lasciano un posto che ha strappato loro dignità, riservatezza e igiene, ma vengono allontanati anche da Roma dove tantissimi sono riusciti a infilarsi nel tessuto sociale divenuto loro familiare. Si chiedono, ora, se potranno continuare ad andare alla scuola di italiano e quelli che hanno trovato un lavoro, se riusciranno a raggiungere ogni mattina le botteghe e i cantieri.

Si mettono a posto, si lavano, si pettinano. Tirano dal sole i pantaloni e le maglie che hanno sciacquato velocemente. Un giovane pashtun con i capelli bagnati si infila dei jeans anch'essi bagnati. Guardando un fotografo davanti a lui, dice: "Non ho altri". Vanno "altrove" e ci devono arrivare in ordine. Quando si avvicina mezzogiorno, una folta schiera di hazara si mette in cammino per raggiungere lo spiazzo dove sono parcheggiati due bus e tre pulmini. Le operazioni si svolgono velocemente. Alla fine, il responsabile della Cri comunica ad Alberto Barbieri, il coordinatore di Medu, il numero degli afgani saliti a bordo: 113. Con Alberto e Federica, in macchina, seguiamo la colonna della Cri. Andando verso nord, sulla Salaria fino alla Traversa del Grillo: poco più di trenta chilometri percorsi in 40 minuti. L'enorme struttura di cemento è piantata nel mezzo di una spianata d'asfalto circondata da terreni da pascolo per pecore. Accoglie centinaia di richiedenti asilo, per lo più provenienti dall'Africa. I ragazzi vengono portati direttamente dentro. L'ingresso non è consentito a tutti e solo dopo una lunga trattativa, Alberto e Federica di Medu, e alcuni rappresentanti di altre associazioni, riescono a entrare. Alberto è contento, racconta della struttura: ogni stanza ospiterà quattro ragazzi. C'è il bagno in camera, l'acqua calda (certo, razionata) e la tv. I letti sono buoni e le coperte non mancano.

La garanzia di protezione. Dopo essersi sistemati, i primi ragazzi escono a salutare chi li ha sostenuti, quelli che sono il loro punto di riferimento, la loro famiglia. Non negano che la sistemazione sia buona, ma si guardano intorno spaesati, nel grande vuoto che li circonda. Dov'è la stazione? E la fermata degli autobus? Dovranno rinunciare al lavoro e, soprattutto, alla scuola d'italiano? Il commissario straordinario per la Cri, Francesco Rocca, dice che non sarà possibile garantire un servizio di navetta, "è obiettivamente impossibile". Ma per trenta giorni, questo è il termine posto dalla Cri fino a quando il Comune di Roma non si prenderà carico dei ragazzi per l'emergenza freddo, riceveranno la massima assistenza. Anche il presidente della comunità afgana in Italia, Qorbanali Esmael, ha visitato il centro ed è soddisfatto. Ha visto i ragazzi che, secondo lui, sarebbero 137 di cui una ventina senza documenti. Proprio la situazione di questi ragazzi è la più sensibile. Alcuni della "Buca", in queste condizioni, hanno preferito non aggregarsi al gruppo per il timore di essere espulsi dall'Italia. Invero, il commissario Rocca ha garantito personalmente che nessun nominativo, nessuna lista verrà consegnata alle forze dell'ordine "perché - ha tenuto a precisare - questo non è un Cie", un Centro di identificazione ed espulsione.

Rientrando in macchina verso Roma, Alberto Barbieri, esprime le sue considerazioni e perplessità: sebbene si tratti di una buona soluzione, questa è pur sempre una via provvisoria dettata dal carattere di emergenza della situazione. Poi ci saranno i tre mesi in cui Roma si occuperà degli afgani, ma da marzo tutto tornerà come prima. Il flusso non si fermerà e come sempre i profughi arriveranno alla Stazione Ostiense, il principale snodo migratorio per l'Italia e poi l'Europa. Alberto sogna l'attivazione di un centro di orientamento e prima accoglienza, per dare un aiuto adeguato ai ragazzi, spesso minorenni, che arrivano in Italia dopo un lungo viaggio. "Per ora - dice Alberto - l'impegno di Medu continua. Abbiamo chiesto alla Cri di poter andare un paio di volte a settimana a controllare lo stato dei ragazzi".
A sera, la "Buca" è vuota e buia. 

 

 

Nicola Sessa

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