
Sono passati sei mesi, ma qui il tempo sembra essersi fermato a quel
pomeriggio del 3 settembre 2004. Nessuna immagine televisiva, nessuna
fotografia può rendere l’agghiacciante atmosfera di morte e distruzione
che ancora oggi assale chi varca la soglia di quella che era la piccola
palestra della scuola numero uno di Beslan.
Il disperato e straziante pianto di una madre che fissa uno dei tanti
mazzi di fiori appoggiati alle pareti è l’unico, angosciante, suono che
echeggia tra le mura di questo cimitero. Mura annerite e crepate dal
fuoco, che sorreggono le travi carbonizzate del soffitto. Quel soffitto
che causò la strage crollando in fiamme sugli ostaggi. Non per le bombe
dei terroristi, ma per quelle sparate dalle forze speciali russe che
dal tetto di un vicino palazzo

furono viste lanciare sulla palestra
granate termobariche vietate da tutte le convenzioni internazionali .
“Lo scoppio di una delle bombe piazzate dai terroristi – ricorda la
piccola Inna Zamaieva, una sopravvissuta – non fece crollare il tetto
ma scatenò un inferno di spari. Poi una seconda forte esplosione fece
crollare il soffitto, mentre io venivo trascinata su in sala mensa dai
sequestratori, da dove sono riuscita a fuggire grazie ai soldati che
hanno divelto le grate di una finestra”. “Ho parlato con molti ex
ostaggi – racconta Tamara Gestelova, insegnante della scuola fuggita
subito, all’arrivo dei terroristi – e molti mi hanno detto di ricordare
che uno di loro, che era stato costretto a sedersi su una bomba a
libro, improvvisamente si accasciò come se fosse stato colpito da uno
sparo proveniente dall’esterno. E cadendo fece scattare l’ordigno, che
esplose innescando quella guerra”. “I ricordi dei sopravvissuti sono
confusi, distorti dal panico di quei

momenti e dallo shock successivo:
molti dicono cose diverse e contraddittorie. E’ impossibile ricostruire
chi ha sparato il primo colpo, e soprattutto, ormai, è inutile.
Sicuramente le forze russe hanno commesso gravi errori: lo sanno tutti
che non hanno la mano leggera. Ma il punto è che non si doveva creare
una situazione tale da richiedere il loro intervento. La responsabilità
è dei terroristi che hanno compiuto il sequestro e delle locali
autorità corrotte che glielo hanno consentito”. “Qui nessuno mette in
dubbio – interviene Visarion Aseiev, un altro insegnante – che la colpa
di tutto sia dei terroristi e di chi li ha mandati e aiutati. Ma tutti
hanno capito anche che quel giorno l’obiettivo delle forze russe era
uccidere trenta banditi, non salvare centinaia di bambini e civili
innocenti”. “Questo ce lo disse anche uno dei terroristi – ricorda la
piccola Inna – avvertendoci che nessuno ci avrebbe salvati e che
saremmo morti tutti insieme a loro”.
Sotto i resti del tabellone del canestro vicino all’entrata, sul muro
all’altezza del pavimento c’è un buco, quello aperto dalle forze
speciali quando hanno fatto irruzione nella palestra. L’altra apertura
gli
Spetsnaz la fecero abbattendo il pezzo di muro che stava sotto uno
dei finestroni laterali. Il termosifone che era lì giace ancora a
terra, divelto dal muro.

Lungo tutte le pareti e in mezzo alla stanza, davanti ai resti
dell’altro canestro, quello a cui era appesa una delle bombe, centinaia
di mazzi e corone di fiori, candeline, lettere, fotografie, giocattoli,
bambole e pupazzi di pezza. E soprattutto centinaia di bottiglie di
plastica aperte, piene d’acqua, lasciate lì da parenti e visitatori
locali per dissetare le anime di quei bambini che morirono soffrendo la
sete, non avendo potuto bere per tutta la durata del sequestro.
Analogo omaggio ai defunti si ritrova al piano superiore, nella stanza
delle esecuzioni. In questa piccola aula del primo piano i terroristi
fucilarono alcuni ostaggi, maschi adulti, che si erano rifiutati di
eseguire i loro ordini. E’ ancora sporco di sangue il termosifone sotto
la finestra davanti alla quale venivano uccisi e dalla quale venivano poi
scaraventati fuori.

Per loro la gente ha lasciato, su due seggioline
accanto alla finestra, centinaia e centinaia di sigarette accese per
chi fu ucciso senza nemmeno potersi fumare la classica ultima
sigaretta. Qualcuno, immaginando l’ultimo desiderio dei condannati, ha
lasciato anche qualche bottiglia di vodka e qualche lattina di birra.
Una porticina sotto il canestro della bomba conduce, passando per i
bagni della palestra, al corridoio centrale della scuola, devastato da
esplosioni e crivellato di colpi di mitra. Come tutte le aule che su
questo corridoio si affacciano. Quando le forze speciali hanno fatto
irruzione hanno setacciato ogni stanza a caccia di terroristi,
entrando, lanciando bombe a mano e sparando alla cieca.
Un campo di battaglia ancor peggiore si presenta nel corridoio e nelle
aule del piano superiore. Qui i soffitti hanno ceduto sotto i missili
lanciati dagli elicotteri russi e le mura sono squarciate dalle
cannonate sparate dai carri armati. Un’intera ala del piano è crollata:
qui si erano asserragliati gli ultimi terroristi, qui si è combattuta
la battaglia finale, conclusa dai russi con il cannoneggiamento della
scuola.

Anche qui, come al piano inferiore, nelle aule devastate ci sono
ancora, per terra, tra i calcinacci e i resti di banchi e seggiole, i
quaderni e i libri dei bambini: matematica, grammatica russa, storia,
geografia. E i cartelloni dei lavori fatti in classe: la flora e la
fauna dell’Ossezia, gli eroi di guerra del conflitto in Afghanistan. E
sulle lavagne di ogni aula le scritte di gesso lasciate dai visitatori,
“No al terrorismo”, come un’ultima lezione da imparare a memoria. Ma
sui muri dei corridoi ci sono altre scritte, meno sagge a giudicare
dalle uniche parole intellegibili: “ceceni”, “ingusci”,
“indipendentisti”, “boeviki”, “vendetta”.
“Quando l’altro giorno, l’8 marzo, abbiamo saputo dell’uccisione di
Mashkhadov – dice Tamara – abbiamo pensato che per noi donne, madri e
insegnanti di Beslan, non poteva esserci regalo più gradito”.