24/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Sbarchi clandestini e reimpatri forzati. Parla Francesco Messineo
A Lampedusa la stagione degli sbarchi di clandestini è ricominciata. E sulle coste libiche lavorano a pieno ritmo anche i trafficanti di uomini, gli scafisti, che promettono ai disperati, provenienti un po’ da tutta l’Africa del nord, quello che in Italia non potranno trovare. Soltanto nei giorni tra il 15 e il 16 sono giunti sull’isola siciliana oltre 1200 clandestini. Una cifra che ha messo in crisi il Centro di Permanenza Temporanea (CPT ) locale, che dispone solo di 190 posti. È una crisi ormai ricorrente, era già accaduto ad ottobre e nell’estate 2004, e si ripropone ogni volta che il Mediterraneo invita i cosiddetti boat people a tentare la sorte. Le autorità italiane hanno tentato di arginare la situazione trasferendo una parte di quelli in altre strutture e rimpatriandone forzatamente altri 180. Attualmente nel CPT di Lampedusa sono trattenute 230 persone, inclusi i quaranta arrivati nella notte del 22.
 
Deportazioni? Sul problema dei reimpatri forzati abbiamo chiesto un'opinione a Francesco Messineo, responsabile del coordinamento Rifugiati e Migranti di Amnesty International: “Siamo fortemente preoccupati per la situazione - esordisce -, è la terza volta che si ripropone in pochi mesi. Il 15 marzo, appena dopo gli sbarchi, abbiamo scritto a Pisanu per chiedere che nei confronti di questi ultimi profughi venisse applicato il diritto internazionale, e lo stesso appello è stato inoltrato anche ad organismi internazionali e alle autorità libiche.”
Secondo la testimonianza dei volontari della Rete Antirazzista Siciliana (RAS ), parte dei clandestini sarebbero stati rispediti in Libia convinti di essere trasferiti a Crotone. Senza essere informati dei propri diritti. Filippo Miragli dell’Arci ne ha parlato di una “Deportazione di massa che si svolge nell’indifferenza generale”.
“Per le informazioni che abbiamo – replica Messineo -, possiamo solo affermare che di sicuro quelle persone non hanno potuto essere correttamente identificate. Troppo poco il tempo per poter controllare, troppo poco soprattutto per informare i profughi delle possibilità di accesso alla procedura per richiedere asilo politico. Non sappiamo se per smistare le persone siano stati usati criteri generali di nazionalità oppure altri, dipende dagli accordi bilaterali con la Libia per la riammissione dei profughi. Accordi che il governo italiano ha concordato con le autorità libiche nell’agosto 2004 senza dichiararli pubblicamente. Non ci sono notizie sulla nazionalità delle persone sbarcate e si teme che, data la velocità del respingimento, nemmeno il governo italiano sia in possesso di tali dati. Alcuni si sono dichiarati palestinesi, ma il governo ha dichiarato che sono Egiziani. Certezze però non ce ne sono”.
“Un’altra novità che ha suscitato fortissime preoccupazioni è stata la presenza di due investigatori libici nelle prime ore dopo gli sbarchi del 16: secondo il governo erano presenti per aiutare a identificare i trafficanti di esseri umani, gli scafisti. Se però tra le persone arrivate vi erano, per esempio, dei richiedenti asilo libici, l’averli messi in contatto con funzionari del governo libico è una gravissima violazione del diritto internazionale sui rifugiati. È una situazione aberrante: quegli stessi funzionari, una volta tornati in Libia potrebbero rendersi responsabili di maltrattamenti e persecuzioni contro di loro.”
 
L’UNHCR ha dichiarato che la Libia non è un paese terzo sicuro dove possano essere inviati dei richiedenti asilo, inoltre il rinvio di queste persone in Libia costituisce una violazione del Principio di non Respingimento della convenzione di Ginevra.
“Infatti, ma non siamo preoccupati solo per i clandestini libici, lo siamo anche e soprattutto per i profughi di altre nazionalità”.
Dall’agosto 2004, in seguito agli accordi tra il governo italiano e il colonnello Gheddafi, è stato istituito il reato di ingresso illegale e partenza illegale dalla Libia, mentre prima, in nome della solidarietà pan-africana, le frontiere libiche erano aperte a profughi e migranti, anche senza documenti.
“Amnesty non conosce il contenuto dell’accordo, si sa soltanto che da allora la situazione dei diritti umani in Libia è andata peggiorando. Oggi vi sono persone detenute per il solo fatto di essere richiedenti asilo, anche per molto tempo. È accaduto anche a non libici, come i cittadini eritrei che, dopo il reimpatrio di ottobre, sono stati detenuti a lungo e torturati per poi essere rispediti in Eritrea. Sappiamo che il governo italiano ha cominciato a respingere verso la Libia, cittadini libici e non, solo basandosi sul presupposto che quelle persone erano partite proprio da li. Anche questa è una violazione del quarto protocollo della convenzione sui diritti umani della commissione europea. “
 
 “Il problema dell’Esternalizzazione dei Controlli di Frontiera –conclude Messineo - riguarda tutta l’Unione Europea, il fatto è che la responsabilità della protezione dei migranti è del governo, il quale non potrebbe riversarla su paesi terzi, nemmeno se la Libia fosse nota per il rispetto dei diritti. Questo perché così verrebbe a crearsi una seconda frontiera lontano dal nostro sguardo: non più dunque il Mediterraneo, ma il deserto del Sahara. Questa frontiera sarebbe impossibile da controllare. “
 

Naoki Tomasini

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