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La dittatura del generale Augusto Pinochet ha lasciato segni indelebili nella società cilena. I familiari delle vittime della violenta repressione militare da anni chiedono giustizia, vogliono sapere. Un lato della medaglia ben conosciuto e non per questo meno aberrante. Una dittatura, quella di Pinochet, fra le peggiori e più cruente che la storia dell'uomo potesse conoscere. Le lesioni fisiche e spirituali di quegli anni, hanno colpito anche chi di quel sistema faceva parte: i soldati di leva
E' di questi giorni la notizia dell'unificazione di più associazioni di ex militari in servizio durante il periodo del regime che chiedono al governo di Santiago un indennizzo. Secondo la loro posizione, infatti, essere costretti (obbedendo a ordini) a commettere torture e a violare sistematicamente i diritti umani dei loro concittadini (e non solo) è da considerare come un danno psicologico permanente.
"Da molti anni subiamo discriminazione dalla 'società' cilena. Per forza di cose noi siamo additati come assassini. E' inevitabile: eravamo militari nel periodo della dittatura e veniamo associati ai veri assassini che hanno vissuto quel periodo" racconta il presidente della Agrupacion de ex Soldados Conscriptos de Chile, Maxim Nuñez Castro, intercettato a Santiago del Cile dove sta organizzando il movimento ex soldati.
"Siamo circa 130-150 mila ex soldati. Siamo una realtà. E per questo chiediamo l'indennizzo per quelli che noi riteniamo danni subiti. Eravamo giovani e non abbiamo ammazzato nessuno. Per fare quel lavoro c'erano squadre speciali. Molti di noi erano contrari alla dittatura ma accennarlo sarebbe stato molto pericoloso" una dichiarazione contraria al volere del dittatore sarebbe stata fatale. "C'è da dire che molti ex ragazzi del servizio di leva hanno avuto problemi. Alcuni con l'alcool, altri con la droga. Molti psicologici. Insomma, anche noi abbiamo subito danni, per questo chiediamo l'indennizzo all'esecutivo" continua il presidente.
Ovvio, il problema oltre che ideologico è politico. "Soprattutto politico. Noi siamo quelli della divisa. Stiamo dall'altra parte rispetto al governo. Ci vedono come nemici. Sarà molto difficile riuscire a risolvere la questione".
"Vogliamo dimostrare alla società attuale, al Paese e al mondo intero" racconta Fernando Mellado, dirigente dell'associazione ex soldati "che le prime persone che furono violentate nei loro diritti umani durante il governo militare siamo stati noi".
"Sono molte le cose importanti da trattare per questo argomento. Noi abbiamo sempre continuato ad appellarci a tutte quelle persone che nel periodo della dittatura facevano parte dell'esercito per fornire quante più informazioni possibili su quel periodo in modo da arrivare presto alla piena conoscenza di ciò che accadde" racconta dai suoi uffici di Santiago del Cile la presidente della Fondazione Victor Jara, Gloria Konig. "Cercare e trovare la verità - continua la direttrice - e fare in modo che si compia giustizia. E' un appello che sentiamo necessario fare. In un Paese come il nostro è difficile proseguire nella ricerca della verità se le persone che ne sono a conoscenza non la raccontano".
C'è dell'altro. "Tutto quello che ruota intorno a temi legati a indennizzi di qualsiasi tipo è un tema dello Stato. Solo lo Stato ha le competenze necessarie per dare risposte a queste richieste. Ovviamente è impossibile comparare sotto nessun punto di vista chi è stato assassinato da una politica di Stato, quelli che sono stati fatto "sparire". Questa è una delle responsabilità che ha lo Stato: riparare a ciò che è successo in passato. In ogni caso qualsiasi indennizzo sarà simbolico: nessuno mai potrà restituirci chi è scomparso per mano della dittatura.
Dunque, se queste persone sentono di essere discriminate o in qualche modo hanno dei problemi che vogliono risolvere devono rivolgersi allo Stato".
In sostanza, gli ex militari discutono su un presunto "debito morale" nei loro confronti. Raccontano delle minacce subite e delle pressioni a cui furono sottoposti dai loro superiori dopo il golpe di Pinochet. Raccontano la paura di morire che avevano in quegli anni. Non obbedire a un ordine avrebbe avuto un significato solo: ritrovarsi in poco tempo davanti a un plotone d'esecuzione. Oggi, chiedono il pagamento di un indennizzo, finora riservato ai parenti delle vittime.
Ovvio che equiparare le due posizioni diventa molto difficile. Sì, perché se da un lato esiste la certezza che chi ha combattuto contro la dittatura sia stato annientato con i peggiori metodi, dall'altro non sappiamo quanto questi militari abbiano agito sotto la minaccia di morte o in obbedienza a un ordine. Ed è appunto questo il pomo della discordia. Nelle loro relazioni gli ex militari si difendono: eseguivano solo ordini e si sarebbero giocati l'esistenza se non avessero obbedito. Ma sono migliaia i racconti delle torture e della ferocia con cui sono state imposte.
Sono migliaia i racconti di madri e padri che hanno visto i figli sequestrati, umiliati, picchiati, da soldati che magari avevano la loro stessa età. E sono rimasti anni senza sapere.
Alessandro Grandi