Intervista sul Nepal a Suhas Chakma, presidente dell'Asian centre for human rights
“Il Nepal sta vivendo la più
grave crisi umanitaria della sua storia. Il re Gyanendra continua la
repressione dei dissidenti e l’ennesimo blocco alle vie di comunicazione
indetto dai maoisti il 14 marzo scorso ha aggravato la situazione della
popolazione civile”. A parlare è Suhas Chakma, direttore dell’
Asian centre for
human rights (Achr), organizzazione indiana che si occupa di promuovere e
proteggere i diritti umani in Asia. Chakma, 36 anni, si dedica al Nepal dai
primi anni Novanta ed è stato il primo straniero nel ’96 - anno di inizio del
conflitto tra guerriglieri del Partito comunista nepalese di orientamento
maoista (Ncp) ed esercito governativo - a visitare i distretti remoti di Rolpa
e Dang per condurre uno studio sulle uccisioni sommarie delle parti in lotta.
Il colpo di mano del re. Il primo febbraio scorso
Gyanendra, salito al potere nel 2001 dopo il misterioso massacro della famiglia
reale, ha licenziato il governo e proclamato lo stato d’emergenza. Un colpo di
mano seguito dalla nomina di un nuovo Esecutivo di suoi fedelissimi. Da allora
tutte
le libertà fondamentali sono state represse e centinaia di dissidenti, che
nonostante i rischi hanno manifestato pacificamente per le strade della
capitale Kathmandu e di altre città, sono stati arrestati. “Il sovrano - continua Chakma - ha dato
all’Esercito reale nepalese (Rna) carta bianca per compiere ogni genere di atrocità,
con il bando di ogni attività politica, della libertà di espressione e del
monitoraggio delle violazioni contro gli attivisti arrestati. In questo contesto,
tuttavia, le forze democratiche hanno trovato il coraggio di intensificare le
loro proteste”. Chakma si riferisce ai partiti dell’opposizione, ai movimenti
studenteschi e alle organizzazioni per i diritti umani che nel regno himalayano
non hanno più la possibilità di far sentire la loro voce, schiacciati da una
parte dalla dittatura del re e dall’altra dal terrore generato dalla
guerriglia. I ribelli maoisti hanno
reagito duramente alla mossa del sovrano e imposto diversi blocchi alle strade
che portano alla capitale. Per giorni gli abitanti delle zone rurali sono
rimasti senza rifornimenti di cibo e di altri beni necessari alla sopravvivenza
quotidiana.
L'incognita profughi. La guerra in Nepal ha causato
finora 11mila vittime, tra cui molti civili. Esercito e ribelli hanno
rivaleggiato in abusi contro chi non ha voluto sostenerli: sparizioni,
uccisioni, intimidazioni. Chakma insiste: “Recenti report giornalistici
dicono che (addirittura, Ndr.) circa 4 milioni di nepalesi sono fuggiti nella
vicina
India dall’aprile
’96 a oggi
. Non è possibile
però fare
una stima precisa dei profughi, perché questi ultimi non hanno trovato
riparo
in campi e non sono stati
quindi
registrati. Hanno attraversato inoltre il confine indo-nepalese senza
subire
controlli
per
via del ‘Trattato di amicizia’ fra i due Paesi e hanno poi cominciato a
vivere
in
condizioni terribili nelle campagne e nelle città indiane. Molti
bambini e donne sono caduti vittima del traffico di esseri umani e sono
stati ridotti in condizioni di
schiavitù”.
Non ci sono altre fonti che confermano i dati sui nepalesi che fuggono
in India. Fernando Del Mondo dell'
Unhcr
afferma: "Abbiamo solo notizie non ufficiali di 5/10mila nepalesi che
hanno attraversato il confine indiano dopo il primo febbraio scorso. Ma
non ci sono conferme indipendenti di questi rapporti. Di certo in India
non esistono
campi per queste persone. Nell'area gli unici dati certi sono
quelli sui buthanesi che cercano rifugio nel regno himalayano. Per il
resto i nepalesi sul territorio indiano godono degli stessi diritti
degli abitanti locali grazie al 'Trattato di amicizia' fra India e
Nepal".

Appello alle potenze straniere. Intanto la comunità internazionale non
sembra essere interessata al destino dei nepalesi colpiti dalla guerra e dal regime
monarchico. Dopo il primo febbraio
l’India ha interrotto il sostegno militare alle truppe nepalesi, ma Stati Uniti
e Pakistan continuano a supportare re Gyanendra. Chakma lancia un appello: “La
comunità internazionale deve intervenire per ristabilire la democrazia e rafforzare
le libertà fondamentali. Si deve fare in modo che le forze democratiche possano
cominciare un dialogo con le forze anarchiche, cioè il re e i maoisti. Raggiunto
un accordo, l’Rna deve rientrare nell’ambito della
legalità. Se il re non collabora, la comunità internazionale deve sospendere
tutti gli aiuti: al momento il Nepal è un Paese senza Stato e non può garantire
la distribuzione degli aiuti umanitari alla popolazione. In queste circostanze
non è possibile intraprendere alcuna attività di sviluppo. Dovrebbero inoltre
essere
imposte limitazioni di movimento al sovrano e ai membri dell’attuale governo e
dell’esercito. Infine una commissione di inchiesta internazionale deve indagare
sui crimini di guerra commessi sia dall’esercito sia dalle altre forze di
sicurezza”.