10/11/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Mahmoud Abbas non si presenterà alle elezioni

Scritto per noi da
Karim Fael

Pochi giorni dopo aver convocato con decreto presidenziale le elezioni parlamentari per il 29 gennaio 2010, Mahmoud Abbas, ha stupito molti annunciando a sorpresa di non avere intenzione di correre per un secondo mandato. Un “no” ribadito nonostante le manifestazioni organizzate dai suoi sostenitori all'interno di Fatah che sono riusciti a portare nelle strade di Ramallah migliaia di persone e nonostante gli inviti al ripensamento che, pur senza troppa convinzione, sono giunti da Washington. “Questa mia – ha detto Abbas nel corso di un discorso teletrasmesso dal suo quartier generale – è una decisione irrevocabile. Non sono in cerca di nessun compromesso politico. Siamo di fronte un crocevia. Abbiamo fatto tanti sacrifici per affermare il diritto ad avere uno Stato, per chiedere una volta per tutte la fine dell'occupazione israeliana. Ci siamo impegnati nel dialogo, ma mese dopo mese, non abbiamo ottenuto niente dall'altra parte, se non compiacimento e procrastinazione.” E mentre nella West Bank si va diffondendo un senso di confusione e ansietà crescente, dalla Striscia di Gaza un comunicato ufficiale di Hamas bolla il rifiuto di Abbas come un colpo di teatro ideato al solo scopo di guadagnare visibilità e consenso. Comunque stiano le cose l'Autorità Palestinese si trova oggi di fronte ad un punto di svolta forzato. Da una parte il voto del gennaio prossimo che rischia di infiammare lo scontro tra Fatah e Hamas (per cui il decreto di Abbas è privo di valore e la chiamata alle urne di conseguenza illegittima), dall'altra lo stallo – per usare un eufemismo – dei colloqui sulla ripresa del processo di pace. E c'è chi sostiene che la disastrosa visita del Segretario di Stato USA, Hillary Clinton a Gerusalemme, la settimana passata, sia stata per il leader di Fatah la goccia che ha fatto traboccare il vaso (o il colpo di grazia se si preferisce). PJ Crowley, portavoce del Dipartimento di Stato Americano, non ha fatto mistero delle divergenze tra Stati Uniti e Abbas, circa gli insediamenti israeliani e le condizioni di partenza per la ripresa dei negoziati, ma ha al tempo stesso ha timidamente chiesto al Presidente Palestinese di riconsiderare la sua decisione.

No comment da parte Israeliana che considera la questione come interna all'Autorità Palestinese, anche se più di un esponente dell'attuale governo vedrebbe di buon occhio un vuoto di potere a Ramallah: una buona occasione per dire “proprio ora che eravamo pronti ripartire...”. Sembrano invece precorrere una discesa in campo le vivaci dichiarazioni di Saeb Erakat, capo della delegazione palestinese ai colloqui di pace: “Alla fine della giornata, di ogni giornata, la questione vera rimane la politica aggressiva di Israele. Alla fine di ogni giornata dobbiamo fare i conti con tante belle parole e nuovi insediamenti. Quanto al presidente, forse, dopo aver cercato per un ventennio di raggiungere una pace e una soluzione a due stati, è venuto anche per lui il momento della verità”. Considerato un fedelissimo di Yasser Arafat, Erakat è stato per un breve periodo nel 2003, ministro del governo guidato da Mahmoud Abbas, ma proprio in seguito ad un acceso scontro con l'attuale presidente aveva rassegnato le dimissioni allontanandosi dall'esecutivo di Fatah, fino al 2007, anno in cui è stato nominato responsabile di parte palestinese nei colloqui di pace con Israele.

Parole chiave: Abbas, Hamas, Fatah, Clinton
Luogo: Israele - Palestina
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