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Dal nostro inviato
Berlino, Postdamer Platz. Piove, ma non fa freddo. Pare che sia lo stesso meteo del 9 novembre di vent'anni fa. Radio Spree, un'emittente berlinese, aggiorna sul traffico: sconsiglia di prendere il tunnel che porta a Potsdamer Platz e invita a non dimenticare l'ombrello. "Berlino è sempre piena di gente, ma questa sera lo sarà ancora di più", dice lo speaker con voce eccitata. I "calcolatori di folla" dicono che almeno 100 mila persone sono in fila lungo tutta Ebertstrasse, la strada che dalla Porta di Brandeburgo arriva fino a Pot'plaz. Hanno aspettato sotto la pioggia, hanno ascoltato i discorsi dei politici di oggi e di allora; la musica di Wagner, diretta da Barenboim, ha sorvolato la miriade di teste carezzandone l'udito. Poi il conto alla rovescia e Lech Walesa che spinge il primo blocco. In rapida sequenza, ciascuna tessera si accascia sulla seguente. Fino all'ultima che si ferma su un blocco di cemento, un supersite del Muro, quello vero. Fuochi d'artificio, saluti. Tutto molto bello. Non c'è che dire, una meravigliosa celebrazione ripresa da tutte (quasi) le televisioni del mondo. Ma come Angela Merkel stessa ha ammesso, la Riunificazione tedesca, la Wiedervereinigung non si è compiuta. Parisier Platz, Unter den Linden ed Ebertstrasse non sono lo specchio di Berlino, né della Germania.
Non c'è bisogno di spingersi fino alla periferia di Marzahn per essere investiti dalla sorda indifferenza di chi ci aveva creduto e si era fidato, o di chi con il ghigno sul volto non ha ancora dismesso le vesti di Cassandra: "lo avevo detto da subito che la Ddr stava entrando all'inferno e non in paradiso come credevano tutti".
Prenzaluer Berg, Ernst Thalmann park. Il parco dista in linea d'aria poche centinaia di metri da Schonauser Alle, una delle arterie principali della città che muore nel cuore del Mitte. La nebbiolina sottile avvolge i monumentali plattenbauten, i tipici palazzoni dell'architettura socialista. Un omone grosso, dall'aria burbera, fuma una sigaretta. Nell'altra mano, una busta gialla del supermarket Netto. Guarda, con aria persa, i palazzi del parco. Dal primo all'ultimo piano. Poi, passa a quello di fianco e con lo sguardo ridiscende dall'ultimo al primo. La sua testa enorme è attraversata da un paio di occhiali con lenti fumé. Si chiama Dieter Koschwitz e da quando hanno inaugurato il complesso abitativo fino al 1996 ha abitato in uno dei plattenbauten. Dieter ricorda ancora quel giorno quando Erich Honecker venne per consegnare il parco ai cittadini. Nel supermercato, per l'occasione, esposero anche le salsicce, ma se chiedevi di acquistarle un gentile agente della Stasi spiegava che non erano in vendita. Erano lì perché il presidente era in visita e il parco doveva essere perfetto, apparire opulento. Nonostante ciò, nonostante queste assurdità del regime Dieter era contento, lo Stato lo trattava bene. Per 25 anni ha lavorato nelle poste, poi il primo novembre del 1989 fu assegnato alle squadre di netturbini di Berlino est. Il 9 novembre del 1989, Dieter sentì alla televisione l'annuncio di Gunter Schabowski: le frontiere erano aperte. Corse dalla moglie per raccontarle quello che stava succedendo. Lei gli diede del matto. Ci mise un po' per rendersi conto. Il neo-netturbino sarebbe voluto andare anche lui a Berlino ovest a festeggiare ma la moglie non glielo premise. L'indomani c'era da lavorare e poi era sicura che se fosse andato non sarebbe più ritornato a casa. Il 10 novembre, due terzi dei suoi colleghi non erano a lavoro. Si erano fermati a festeggiare, a bere, a ballare con i ragazzi dell'ovest. Ma poi rientrarono tutti, non aveva senso rimanere dall'altro lato adesso che non c'era più il Muro.
Sigarette ‘n roll. Dieter propone di sederci in un bar e bere una birra. "Non ho neanche un capello in testa e l'umidità non mi fa bene". Il ‘Metropol', se non fosse per tre videopoker che hanno trovato posto di fronte al bancone, ha conservato intatta l'atmosfera degli Anni 80. Moquette grigia, panche e tavoli color noce, un vecchio biliardo con le buche e una lampada verde a neon sibilante e balbuziente. Quell'omone dall'aspetto burbero si dimostra un campione di humor e sensibilità. Fuma senza sosta. Un sorso di birra e un tiro di sigaretta. "Fumo tanto, lo so, ma la bestia vuole vivere", dice con leggerezza alludendo al cancro diagnosticatogli due anni fa. Nel 1996 si è trasferito a Ahrensfelde, a 10 chilometri dal parco. L'affitto era arrivato a 700 euro e la sua pensione a 600. Ogni mattina torna per incontrare i suoi amici del condominio. Ha nove figli e nessuno di loro sarebbe andato alle celebrazioni del ventennale. "A fare che?". Alcuni di loro, i più grandi, credevano che la Riunificazione avrebbe cambiato loro la vita "ma - dice Dieter - hanno imparato presto che erano entrati nella Ellenbogengesellschaft, in una società in cui bisogna sgomitare, essere in concorrenza, dove la cultura della solidarietà è stata riposta in un baule dai tempi del dopoguerra". Non ha mai viaggiato in vita sua "ma sono stato più volte a Berlino ovest", dice ridacchiando e sputando fumo. Ha un solo desiderio: se avesse i soldi andrebbe a Graceland, la terra di Elvis Presley. Il settantenne Dieter parla di Elvis come farebbe un ragazzino. Sul cellulare ha la foto di un suo album scattata durante una mostra ospitata dai magazzini Kaufhaus un paio di anni fa. Spese tutti i soldi che aveva (fortunatamente era fine mese) per acquistare alcune spillette e una tazza. Avrebbe voluto anche una cravatta, con l'immagine di Elvis, "ma costava 25 euro". Era stata la sorella, nel ‘56, a contagiarlo con la musica e a insegnargli, con la radioa basso volume, come si ballava.
Nicola Sessa