06/11/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Nicholas McGeehan, fondatore di Mafiwasta, prima ong che si occupa delle condizioni dei lavoratori immigrati negli Emirati Arabi Uniti

di Elisabetta Norzi e Christian Elia

La parola mafiwasta, in arabo, si può tradurre come 'privo di identità'. Questo è il nome che il britannico Nicholas McGeehan ha dato all'associazione che si batte per il rispetto dei diritti dei lavoratori migranti negli Emirati Arabi Uniti, perché non siano più degli schiavi senza volto.
La sua storia non coincide con lo stereotipo dell'expat (come vengono chiamati gli occidentali nel Paese) che fa finta di nulla di fronte alle condizioni dei lavoratori a Dubai e dintorni. Dopo anni negli Emirati, McGeehan continua la sua battaglia mentre è impegnato in un dottorato in Legge alla European University Institute di Firenze, sui temi del rispetto dei diritti umani e civili dei migranti nei paesi del Golfo Arabico.

foto di elisabetta norziCome nasce l'interesse per le condizioni dei lavoratori immigrati negli Emirati Arabi Uniti?
Sono arrivato ad Abu Dhabi nel 2002 e fino al 2006 ho insegnato inglese. Dal 2003 al 2006 i miei studenti erano i lavoratori occidentali impiegati in due compagnie petrolifere a partecipazione statale nei pressi di Abu Dhabi, ma ho potuto incontrare i migranti dal Sud-Est asiatico. Raggiungevo gli studenti sulle piattaforme o negli impianti e questa esperienza mi ha permesso di entrare in contatto personalmente con gli immigrati.

Come erano le loro condizioni di vita allora?
Le disperate condizioni dei lavoratori migranti sono evidenti a tutti coloro che hanno il tempo e la voglia di guardarsi attorno. Comunque, trovarmi così a stretto contatto con i lavoratori delle compagnie petrolifere mi ha permesso di conoscere le loro storie.
Tutti gli operai con i quali ho parlato erano profondamente infelici delle loro condizioni e lavoravano per ripagarsi i debiti contratti per arrivare negli Emirati. Alla maggior parte di loro era stato requisito il passaporto e anche quelli che lo avevano non potevano tornare a casa perché non avevano i soldi per il biglietto aereo di ritorno.
La maggior parte di loro lavoravano sei giorni a settimana, non gli venivano pagati gli straordinari, nemmeno quando erano costretti a lavorare 18 ore al giorno. Sopportando discriminazioni razziali non solo da parte degli emiratini, ma anche da molti expat occidentali e dagli altri immigrati del Sud-Est asiatico con mansioni più qualificate delle loro.

Quando è nata Mafiwasta?
Non sono mai stato capace di essergli d'aiuto nei problemi della vita quotidiana. Io e il mio amico David Kane, ricercatore della Middlesex Universirty, abbiamo iniziato a scrivere delle lettere alle catene alberghiere chiedendo come mai non permettevano al loro personale di indossare pantaloni corti nei mesi più torridi e scrivevamo anche alle multinazionali occidentali presenti negli Emirati chiedendo se erano a conoscenza delle sconvolgenti condizioni di vita e di lavoro dei migranti.
Mafiwasta è nata davvero per caso, da un'idea mia e di David. Non avendo ottenuto nulla dalle nostre richieste alle multinazionali, abbiamo deciso di aprire nel 2005 un sito web presentandoci come una vera e propria organizzazione. Iniziando a considerarci tali, abbiamo preso ad esserlo per davvero.

Come funziona l'associazione, come lavorate adesso?
Eravamo e siamo volontari e non riceviamo finanziamenti. Anche se stiamo attivamente cercando fondi per dedicarci a tempo pieno all'organizzazione. Con il nostro tempo e le nostre limitate risorse, riusciamo comunque a monitorare le condizioni dei lavoratori immigrati negli Emirati, collaborando con i media internazionali e con le più importanti organizzazioni non governative in modo da far pressione sulle istituzioni negli Emirati quando questo è possibile.
Abbiamo scritto diversi report per le Nazioni Unite e abbiamo collaborato fornendo le informazioni necessarie con il Committee on the Elimination of Racial Discrimination (Cerd) nell'agosto 2009.
La nostra attività è seguita con interesse dai media internazionali e il nostro movimento è citato nei documentari che la Bbc e al-Jazeera hanno dedicato all'argomento*.

Alla fine di ottobre del 2007 il mondo ha conosciuto il lato oscuro dello sviluppo senza freni degli Emirati. Migliaia di lavoratori immigrati incrociarono le braccia chiedendo condizioni migliori di lavoro. Almeno 4mila di loro vennero espulsi. Com'è nata questa protesta?
Gli scioperi sono illegali negli Emirati, ma sono il risultato delle condizioni di lavoro dei migranti. Spesso sono legati al rifiuto da parte delle autorità di adattare i salari al costo della vita, mettendo queste persone nelle condizioni di non poter ripagare il debito contratto per arrivare qui.
E' molto difficile sapere cosa accade a coloro che vengono arrestati per aver scioperato, ma sembra che il governo individui i leader della protesta e li deporti verso i paesi d'origine senza processo.
Questo sistema dissuade i lavoratori dall'idea dello sciopero, sebbene non mancherebbero certo i motivi per incrociare le braccia sistematicamente.

Una situazione simile si è riproposta alla fine dell'agosto scorso, nella grande zona industriale di Jebel Ali, alle porte di Dubai. Cos'è accaduto?
E' difficile commentare senza informazioni di prima mano. Immagino, però, uno scenario simile a quello degli scioperi precedenti, ma non lo so e non ci sono ong indipendenti sul territorio che possano fare chiarezza su come sono andati i fatti.
I media locali si autocensurano e non osano contraddire la versione ufficiale del governo.

Qualcosa è cambiato negli ultimi anni?
No, ma l'aumento dell'attenzione internazionale sulla questione ha portato gli Emirati a fare delle promesse. In realtà, però, non c'è alcuna volontà reale di migliorare le condizioni di vita dei migranti. L'interesse primario è soffocare le rivendicazioni della manodopera e tenere il costo del lavoro più basso possibile. Le promesse sono fatte per tenere a bada la comunità internazionale, ma non vengono mai mantenute.

I media locali, però, riportano alcune novità: migliori condizioni abitative per i migranti, garanzie rispetto al pagamento dei salari e rapporti più equi tra lavoratore e azienda. Tutto falso?
Si, questo è un tipico esempio di promesse non mantenute. Il solo sistema per assicurare che i lavoratori vengano pagati sarebbe un'effettiva normativa sul lavoro che punisca chi non rispetta la legge. Il ministero del Lavoro degli Emirati, pur volendo, non ha l'autorità di regolare il mercato del lavoro nel Paese in particolare da quando le aziende locali sono pienamente consapevoli del fatto che non verranno punite in alcun modo in caso di violazione della legge.
Va sottolineato che tutte le compagnie che lavorano negli Emirati fuori dalla free trade zone devono appartenere per il 51 percento a un proprietario locale.

Cosa pensi di questa società?
Io sono britannico e l'economia del mio Paese trae enormi profitti da questo sistema schiavistico e il suo ruolo in questa parte di mondo rimane una vergogna nazionale. L'impegno dei singoli per porre fine a questo sistema dovrebbe essere, invece, una forma di orgoglio per la Gran Bretagna. Negli Emirati e negli altri paesi del Golfo bisogna prendere atto che esiste la schiavitù. La natura anti democratica di questi paesi rende impossibile la critica verso i regnanti, anche da parte di coloro che non sono arroganti, avari e sprezzanti dei diritti umani come loro. In quest'epoca caratterizzata dall'impegno per il rispetto dei diritti umani, spetta alla comunità internazionale far pressione per sostenere e sviluppare la società civile all'interno dei paesi del Golfo.

Qual'è il legame tra il modello di sviluppo occidentale e la società tradizionale locale?
I regnati sono dei turbo capitalisti in abito tradizionale. Il loro benessere dipende dalle relazioni amichevoli con l'Occidente, in particolare a Dubai, che non ha grandi riserve petrolifere.
La legittimità del loro ruolo è però legata al rispetto delle tradizioni locali, che non possono permettersi di tradire. La tragedia del Golfo, come ha spiegato il grande scrittore Abdul Rahman Munif nel suo libro Città di Sale, è legata al potere di dittatori legittimati dai proventi del petrolio.

* Il riferimento è al documentario Blood, Sweat and Tears, prodotto e trasmesso da al-Jazeera International nell'agosto del 2007 e al documentario Slumdogs and Millionaires, del giornalista Ben Anderson, trasmesso dalla Bbc all'interno del programma Panorama nell'aprile 2009.