Una decina di stati africani ancora in mano a oligarchi allergici alla democrazia.

Il 2005 si è aperto all’insegna della morte di uno degli ultimi grandi oligarchi
del panorama politico africano: Eyadema Gnassigbe, per quasi quarant’anni leader
incontrastato del Togo.
La sua uscita di scena ha ulteriormente ristretto il circolo dei dittatori africani,
al quale si sarebbe subito aggiunto il figlio, autoproclamatasi presidente, se
non fosse scattata la rabbiosa reazione della comunità civile togolese e dalle
istituzioni africane, che hanno scongiurato l’ennesimo
coup d’etat e la nascita di una nuova casa regnante. Ma chi resta in Africa dopo Eyadema?
E per quanto ancora?
Sono ancora una decina, gli stati africani governati da autocrati allergici al
concetto di democrazia, arroganti, avidi e senza scrupoli. Hanno conti milionari
in patria e all’estero, tengono in pugno l’informazione e la giustizia, e negli
archivi delle organizzazioni che combattono le violazioni di diritti umani ci
sono lunghi dossier in cui il loro nome è citato più volte.
Sono accusati di brogli elettorali, repressione contro le forze d’opposizione,
detenzione arbitraria di dissidenti, torture e omicidi di giornalisti, politici,
comuni cittadini, intere popolazioni.
Senza contare le denunce di sperpero dei soldi dello Stato, corruzione, clientelismi
vari e tutte quelle violazioni che contribuiscono ad arricchire la loro cerchia,
lasciando i propri cittadini senza assistenza medica, scuole, strade e ospedali.
In Sudan c’è Omar al-Bashir, all’attivo due guerre, una ventennale contro il
sud che si è da poco conclusa, l’altra in Darfur, dove permane una catastrofe
umanitaria che il governo sudanese continua a minimizzare. Poco distante c’è Isaias
Afewerki, presidente dell’Eritrea, ultimo Paese in Africa per la libertà di stampa,
noto per la sua antipatia verso i giornalisti che scrivono in senso contrario
rispetto al suo regime. In Ciad Idriss Deby, che ha preso il posto del sanguinario
dittatore Hissene Habrè, è stato di recente accusato da membri della società civile
di comprare armi con i soldi che la Banca Mondiale ha donato al suo Paese con
progetti di sviluppo. Sull’Atlantico, troviamo Maaouiya Ould Sid Ahmed Taya, che
dal 1984 guida una Mauritania dove ancora permane il problema della schiavitù
e dei diritti umani. Più a sud, c’è Lansana Conte, che governa la Guinea con il
pugno di ferro da più di due decenni, e nella Repubblica del Congo c’è Denis Sasso-Nguesso,
protagonista di una sanguinosa guerra civile nella fine degli anni Novanta, durante
la quale i miliziani a lui fedeli, riuniti in un gruppo armato chiamato Cobra, si sono macchiati di numerose atrocità contro la popolazione civile nella capitale
Brazzaville e nei dintorni.
Theodoro Obiang Nguema è presidente della Guinea Equatoriale dal 1979, anno in
cui fece uccidere lo zio e salì al potere, diventando per le organizzazioni dei
diritti umani uno dei più feroci despoti della storia contemporanea del continente
africano. Mentre la Repubblica Centrafricana è nelle mani del generale golpista
François Bozze, il minuscolo Swaziland è nelle mani di un giovane re, Mswati III,
più preoccupato a scegliere giovani vergini da sposare e lussuose mercedes per
la sua residenza che al fabbisogno di una popolazione poverissima e falcidiata
dall’Aids. E come non citare Robert Mugabe, padre-padrone dello Zimbabwe dal 1980,
un curriculum di barbarie lungo un quarto di secolo (le ultime contro i latifondisti
bianchi, whitefarmers). Tanto da scomodare la Segretaria di Stato statunitense, Condoleezza Rice,
che di recente ha definito lo Zimbabwe ‘uno degli avamposti della tirannia’.
Un quadro non incoraggiante, quello di un continente che, per rimuovere le etichette
di ‘povero’, ‘sottosviluppato’ e ‘arretrato’ deve prima liberarsi le sue obsolete
e ristagnanti elite politiche, vero freno a mano allo sviluppo economico, politico e sociale.

Eppure, secondo alcuni esperti, il rafforzamento delle istituzioni e delle società
civili ha avviato l’Africa sulla strada della democratizzazione.
Va ricordato il modo in cui il Sudafrica si è liberato dall'apartheid e l'esempio
dato al mondo dal suo ex presidente, Nelson Mandela. Oltre al ruolo assunto da
molti capi di stato - non ultimo l'attuale presidente del Sudafrica, Thabo Mbeki
- nella risoluzione di conflitti e guerre civili.
“Il caso del Togo, dove migliaia di persone sono scese in piazza per protestare
contro la salita al potere del figlio di Eyadema andrebbe preso come esempio”,
sostiene Fred Oladeinde, nigeriano, presidente della Foundation for Democracy in Africa, un’organizzazione con sede a Washington che promuove la democrazia nel continente
africano. “La gente è stanca di vivere in dittature repressive e vuole vivere
in un Paese in cui le istituzioni democratiche costituiscano le basi della vita
civile. Subito dopo le indipendenze e la fine del colonialismo noi africani sapevamo
cos’era la democrazia. Ora stiamo imparando ad ottenerla. E questo grazie a un’Unione
Africana più forte e ad altri organismi – per esempio la Comunità di Stati dell’Africa
Occidentale (Cedeao/Ecowas) – che fanno sentire di più la propria voce. L’era dei dinosauri della politica
africana sta finendo”.
“Negli ultimi 15 anni l’Africa ha fatto grandi passi in avanti verso la democrazia,
a differenza di altre zone del mondo, come il Medio Oriente o alcune aree dell’Asia”,
dice Stephen Morrison, esperto di politica africana presso il Centro di studi
strategici e internazionali di Washington.
“La risposta della comunità internazionale africana è sempre più forte e il mancato
passaggio di poteri da padre a figlio in Togo lo dimostra, così come la mobilitazione
di istituzioni e capi di stato per la recente crisi in Costa d’Avorio, o l’ondata
di arresti che ha seguito il tentativo di golpe in Guinea Equatoriale. E’ altresì
vero che in alcuni paesi restano in condizioni allarmanti: la Somalia, la Repubblica
Democratica del Congo, la Sierra Leone, la Liberia…Tuttavia – continua Morrison
- i prossimi due anni saranno un ulteriore test per la democrazia africana. Ci
saranno le elezioni in Nigeria, un gigante uscito dal regime militare solo nel
’99; poi l’Etiopia, l’Angola, il Burundi e non dimentichiamoci che il 31 marzo
prossimo lo stesso Zimbabwe andrà alle urne. Ci sono ancora molte prove da superare.
Ma ci si può permettere il lusso di essere ottimisti.”
(1) continua