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“Se prosegue la repressione, entro la fine del mese in Azerbaijan
non esisterà più un’opposizione”. Peter Bouckaert, di Human Right
Watch, non usa mezzi termini. “Le autorità azere stanno approfittando
dei disordini postelettorali, da esse stesse provocati, per
giustificare la liquidazione di massa di tutti gli oppositori
politici”. Secondo le denunce dell’associazione americana per la tutela
dei diritti umani, durante e dopo gli scontri di piazza dei giorni
scorsi, costati la vita ad almeno cinque manifestanti, la polizia ha
avviato una campagna di arresti di massa che ha di fatto decapitato
l’opposizione politica che contesta la vittoria elettorale del
presidente Ilham Aliyev, definita da tutti gli osservatori elettorali
internazionali come una frode di dimensioni scandalose.
Con uno stile che ricorda le dittature sudamericane degli anni ‘70,
agenti armati di mitra e col volto coperto da passamontagna hanno fatto
irruzione nelle abitazioni e negli uffici di centinaia di attivisti
politici, tra cui i leader di tutti i partiti d’opposizione, decine di
giornalisti indipendenti, direttori delle locali associazioni di difesa
dei diritti umani. Gli arrestati sono stati portati nel carcere del
ministero dell’Interno di Baku, tristemente noto per le violenze e le
torture inflitte ai detenuti. Di loro non si sa più nulla.
Lo stesso candidato presidenziale dell’opposizione, Isa Gambar, leader
del partito Musavat (Uguaglianza), è stato messo agli arresti
domiciliari, le sue guardie del corpo arrestate. I quotidiani
d’opposizione non stampano più dal giorno delle elezioni. Le strade
d’accesso alla capitale sono chiuse da posti di blocco della polizia
per evitare l’afflusso in città di eventuali manifestanti. L’elezione
di Alyev, figlio dell’ex presidente Heidar Alyev, è stata una vera e
propria successione dinastica mascherata da elezione. “Se si vuole
conservare il significato originale del termine ‘elezioni’, per gli
eventi del 15 ottobre in Azerbaijan bisogna utilizzare un’altra
parola”, si legge in un comunicato degli osservatori elettorali
dell’Osce (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in
Europa).Enrico Piovesana