03/11/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



L'assedio di Sarajevo e le operazioni Krivaja 95 e Stupnica 95

Dopo un breve preambolo in cui viene registrata l'assenza in aula di Radovan Karadzic, il presidente O-Gon Kwon, dà la parola all'accusa. La terza udienza ha inizio.

Krivaja 95Lunedì 2 novembre, ore 14.15. Ancora Sarajevo. Nella Courtroom I, il procuratore Alan Tieger è appoggiato al pulpito, con le braccia incrociate e agita con il pollice la penna che stringe tra l'indice e il medio della mano destra. "Vostr'Onore", riprende Tieger, "esistono delle prove chiare sulla responsabilità dell'imputato nei fatti di Sarajevo". Sembra che non sia passata una settimana dall'ultima udienza. Piuttosto, pare che qualcuno abbia premuto il tasto play dopo un secondo di pausa.
Per la procura, Radovan Karadzic "aveva autorizzato l'assedio e il massacro di Sarajevo". Non poteva non sapere. La Comunità internazionale protestava per quello che stava accadendo. I media trasmettevano le immagini della città. A dimostrazione di ciò, Tieger manda in sequenza 10 video che vanno dal 5 giugno del 1992 al 12 aprile del 1995. Le immagini raccontano di strade deserte attraversate di corsa dalla gente: uomini che scappano verso il primo angolo riparato, sotto un ponte, dietro un muro. Anche le donne corrono con le loro buste. Un anziano con il bastone di supporto cerca di correre, almeno con l'intenzione. Da fermi si accovacciano, camminano rannicchiati, fumano una sigaretta. Non è pensabile interrompere la vita quotidiana per mesi e mesi. Sui monitor del tribunale scorrono le date, 9 giugno, 17 luglio, 26 agosto, 22 maggio, estate ‘93, novembre '93. Sempre le stesse scene. La gente che corre. E la voce dello speaker inglese: "Another night of shelling... Sarajevo is burning... One has to run very fast... There is artillery and mortar fire...". Per 44 mesi gli abitanti di Sarajevo hanno vissuto così. Nelle prime due settimane di assedio, un osservatore dell'Unprofor (Un Protection Force) registrò oltre 6.600 obiettivi colpiti. "Non bastava - e Tieger scuote il capo - non bastava che i cittadini di Sarajevo soffrissero l'isolamento e la mancanza di generi di prima necessità, bisognava terrorizzarli". Farli vivere nel panico e rendere la loro vita insostenibile. Ad assedio finito si conteranno all'incirca 10 mila morti.   

Le pagine nere della Storia. Tieger prende fiato e lascia una pausa di qualche secondo all'uditorio. Alza il mento e incrocia il suo sguardo con quello della Corte. La camera indugia sul giudice Flavia Lattanzi e i suoi occhi mobili incorniciati da due lenti tonde. La voce del procuratore cambia, il tono si abbassa. "Passeremo ora a esaminare i fatti di Srebrenica, uno dei capitoli più oscuri dell'Umanità". L'uccisione dei bosniaci musulmani, secondo l'accusa, era il risultato di una ponderata e ben studiata decisione presa da Karadzic per "ripulire" l'area e assicurare la creazione di uno stato serbo così come lui lo aveva immaginato. Esistevano sette direttive, firmate anche dal comandante sul campo Ratko Mladic. Costituivano il vademecum per l'applicazione del piano. Nello specifico, la quarta e la settima direttiva indicano i punti focali: "La completa e fisica separazione delle enclave di Srebrenica e Zepa deve avvenire quanto prima. È necessario sferrare un attacco che comporti il maggior numero di perdite e creare una situazione di totale insicurezza per gli abitanti di Srebrenica e Zepa. Far capire loro che non c'è speranza di vita sul territorio dei serbi".

Operazioni Krivaja 95 e Stupcanica 95. La Bosnia orientale andava ripulita dai musulmani, o meglio dai Turchi, come venivano chiamati dai serbi. Il compito è affidato ai Drina Corps, la brigata al cui interno Radislav Krtic ha compiuto una velocissima carriera, perché per Karadzic "Krstic è un grande comandante". Nel 1992 Krstic viene assegnato alla brigata con il grado di colonnello. Solo tre anni dopo lo stesso Karadzic lo promuove a generale e comandante dei Drina. Il suo merito: aver applicato alla lettera e in maniera egregia gli ordini del Presidente. La promozione arriva proprio il 13 luglio in seguito alla conquista di Srebrenica.
Il 16 aprile 1993 il Consiglio di sicurezza Onu aveva adottato la Risoluzione 819 secondo la quale l'enclave di Srebrenica doveva essere considerata "safe area", una zona che non doveva essere attaccata né fatta oggetto di azioni ostili. 

 

Vai alla seconda parte

 

Nicola Sessa

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità