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La guerra tra Armenia e Azerbaigian per il Nagorno-Karabakh,
il più lungo, e ancora oggi irrisolto, conflitto seguito al collasso
dell’Unione Sovietica, rischia di riaccendersi dopo anni di fallimentari
tentativi di soluzioni diplomatiche. Le violazioni del cessate il fuoco
stipulato nel 1994 sono in continuo aumento. Secondo il governo azero la
responsabilità sarebbe delle forze armate armene che controllano l’enclave
contesa: solo nell’ultimo mese – hanno denunciato nei giorni scorsi le autorità
di Bakù – almeno quattro soldati azeri sono stati uccisi e altri tre sono stati
fatti prigionieri dall’esercito armeno. Un numero esiguo, ma significativo se
paragonato a tutto il 2004, durante il quale sei soldati azeri hanno perso la
vita in scaramucce tra le parti.
Le radici storiche del conflitto. Il conflitto armeno-azero
per il Nagorno-Karabakh (che significa ‘giardino nero montagnoso’) ha molte
analogie con quello serbo-albanese per il Kosovo. Ma le parti religiose sono
invertite: qui la contesa non riguarda un’enclave musulmana in terra cristiana
(il Kosovo islamico facente parte della Serbia cristiano-ortodossa) ma
un’enclave cristiana in terra musulmana, il Nagorno-Karabakh cristiano appunto,
formalmente parte dell’Azerbaigian musulmano. E come il Kosovo, anche questo
territorio è considerato come ‘culla’ dell’identità culturale di entrambi i
popoli che se lo contendono. Infatti, sia per gli azeri musulmani che per gli
armeni cristiano-apostolici, nelle verdeggianti montagne del Nagorno-Karabakh
affondano le radici delle rispettive storie e mitologie nazionali.
Dalla convivenza alla guerra. Demograficamente il
Nagorno-Karabakh è sempre stato armeno. La minoranza azera è sempre stata esigua.
Nonostante ciò, dopo la rivoluzione bolscevica, la politica staliniana del
‘divide et impera’ fece sì che questo territorio venisse annesso alla
Repubblica azera, nonostante la chiara volontà della popolazione locale di far
parte della Repubblica armena. Questo non fece che esasperare i rapporti tra le
due nazioni, già tesissimi dopo il genocidio d’inizio secolo di un milione e
mezzo di armeni da parte dei Giovani Turchi. Il conflitto tra i due Stati per
il controllo del Nagorno-Karabakh rimase latente per tutto il settantennio
sovietico, esplodendo con il crollo dell’Urss. I primi scontri tra Armenia e
Azerbaigian iniziarono già nel 1988 ma fu nel 1991 che esplose una vera e
propria guerra che, dopo almeno 30 mila morti e centinaia di profughi, si
concluse nel 1994 con la vittoria dell’Armenia, che di fatto conquistò il
Nagorno-Karabkh. Un esito non riconosciuto dal diritto internazionale e
tantomeno dall’Azerbaigian. Da allora è in vigore solo un cessate il fuoco, non
una pace, proprio perché la questione, legalmente, non è mai stata risolta.
Una partita internazionale. A complicare la situazione e a rendere
difficoltosi i negoziati tra i due paesi, patrocinati con scarso successo
dall’Osce, sono intervenuti spinosi aspetti di geopolitica internazionale.
L’Armenia ha progressivamente stretto i suoi legami politici ed economici con
l’Iran e la Russia. L’Azerbaigian ha fatto altrettanto con la Turchia, la
Georgia e gli Stati Uniti, soprattutto in relazione alla costruzione (iniziata
nel 2002) del mega-oleodotto Baku-Tbilisi-Cheyan (Btc). Un progetto da quattro
miliardi di dollari voluto dalle compagnie petrolifere americane ed europee per
portare sui mercati occidentali (dalla fine di quest’anno) lo strategico
petrolio del Mar Caspio dalle coste azere (Bakù) ai terminal turchi (Cheyan)
passando per la Georgia, baypassando così il territorio russo e iraniano. Un
progetto che Mosca considera estremamente dannoso per i propri interessi
economici e che per questo vedrebbe volentieri naufragare, magari a causa della
riesplosione di un conflitto armato proprio in una delle zone di passaggio
delle condutture. Enrico Piovesana