A dire Afghanistan il lettore attento o il fanatico di telegiornali si ricorda
di guerre di religione, interne, del socialismo reale con riforma agraria imposto
poi dal colpo di stato dei generali filosovietici che aveva aperto l'ingresso
alle truppe russe e scatenato una ribellione generalizzata dalle campagne e l'esodo
di migliaia di profughi verso il Pakistan.
Poi Najibullah e infine i Talebani, studenti islamici che avevano occupato tutto
il paese imponendo le regole del Corano, emarginando le donne al ruolo di domestiche
e di serve con chador, togliendole dal lavoro, dalla scuola, dall'Università.
E al nord Massud, che era diventato "Il leone del Panschir contro i russi", e
che si era opposto ai talebani sino alla sua eliminazione fisica.
Una volta cacciati i Talebani, il potere va in mano a un presidente eletto e
a un consiglio direttivo.
C'è una maggior libertà. Costumi più occidentali. In apparenza.
Le domande sospese nell'aria restano molte.
Un libro edito da Sonzogno, " Il Libraio di Kabul", dimostra però che, anche
nel paese della guerriglia, la cultura e la sua difesa non sono morte. Ed è incredibile,
ma vero che in mezzo a massacri e attentati, alla fame e alla sete, ci sia stato
qualcuno che abbia salvato "diecimila volumi che parlano della mia nazione, una
terra dimenticata, agli occhi del mondo una terra di orrori"
Il libraio è Sultan Khan, un personaggio vero che ha avuto il coraggio civile
di ospitare a casa sua e per un bel pezzo Asne Seierstad, una trentenne norvegese
fra le più giovani corrispondenti di guerra d'Europa. Quando entra a Kabul al
seguito delle truppe alleate, una delle prime persone che lei incontra è Sultan.
Nella propria bottega inizia a parlare di cosa voglia dire essere incarcerato
per ben due volte in nome della libertà intellettuale, ma anche di letteratura,
della situazione del Paese, della disperata dignità di una nazione in cerca di
riscatto; e soprattutto della propria famiglia.
Asne vuole raccontarla, questa famiglia, in un libro, e Sultan la sorprende,
"per evitare che diventi l'ennesimo testo «teorico» sull'Afghanistan", invitandola
a casa propria come ospite per tutto il tempo necessario.
La giornalista diventa " la figlia bionda" del libraio. E dall'interno lei descrive
"amori proibiti, matrimoni combinati, crimini e punizioni, ribellioni giovanili".
Le donne sono umiliate e oppresse ma piene di dignità e di onore.
In Afghanistan, infatti, tutto è rimasto come prima. A decidere sono gli uomini.
Poche donne hanno smesso di usare il burka, anche se, scrive la Seierstad, le donne afgane del secolo scorso non lo conoscevano.
L'introduzione al burka risale al regno di Habibullah, dal 1901 al 1919. Allora era un capo finemente
ricamato, solo per principesse. Negli anni cinquanta era diffuso in tutto il
paese, ma solamente tra i ricchi. Poi avevano cominciato gli uomini pashtun a velare le loro donne, infine l'usanza si era estesa a tutte le altre comunità.
La testimonianza della cronista è positiva per ciò che riguarda il personaggio
che la ospita rispetto al suo aprire librerie anche per i suoi figli, salvando
una tradizione anche religiosa, rispettando persino i volumi antichi dei talebani.
Sultan Khan viaggia molto, è colto, si muove verso un orizzonte più aperto per
la conoscenza e i diritti per la libertà di tutti. E' precisa e spietata, come
sa essere giustamente una donna europea moderna, quando parla di un delitto di
fratelli che sopprimono una sorella innamorata di un uomo che non piace al clan.
Quando descrive la malinconica preparazione di una sposa, agghindata e cibata
dalle altre ragazze della famiglia che sanno che dovrà accettare l'uomo scelto
dal padre, che può anche essere il fratello, magari handicappato, del marito morto
in guerra. O quando il suo padrone di casa Sultan decide che la prima moglie,
quella che si alza con lui alle cinque del mattino per pregare e per preparagli
i vestiti e la colazione, e che gli ha dato molti figli, è troppo vecchia. E le
impone una moglie di sedici anni, comprandola per tanti chili riso e un numero
di pecore da un vicino di casa.
Con una scrittura leggera Asne Seierstad filma la vita in diretta della famiglia
e della società afgana attuale, dove anche i figli maschi contano poco per scegliersi
il loro avvenire, non possono allontanarsi dal lavoro scelto dal padre, non possono
trovarsi una compagna senza il consenso della famiglia. L'autrice è molto abile
a illustrare i chiaroscuri di una società in grande evoluzione, con gli aiuti
internazionali, in alcuni settori dell'economia. Incredibilmente ferma e antica
nei rapporti fra persone e fra i membri della stessa famiglia.
Paolo Lezziero