31/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Asne Seierstad, Sonzogno editore, 2003
Il libraio di KabulA  dire Afghanistan  il lettore attento o il fanatico di telegiornali si ricorda di guerre di religione, interne, del socialismo reale con riforma agraria imposto poi dal colpo di stato dei generali filosovietici che aveva aperto l'ingresso alle truppe russe e scatenato una ribellione generalizzata dalle campagne e l'esodo di migliaia di profughi verso il Pakistan.
 
Poi Najibullah e infine i Talebani, studenti islamici che avevano occupato tutto il paese imponendo le regole del Corano, emarginando le donne al ruolo di domestiche e di serve con chador, togliendole dal lavoro, dalla scuola, dall'Università. E al nord Massud, che era diventato "Il leone del Panschir contro i russi", e che  si era opposto ai talebani sino alla sua eliminazione fisica.
 
Una volta cacciati i Talebani, il potere  va in mano a un presidente eletto e a un consiglio direttivo.
C'è una maggior libertà. Costumi più occidentali. In apparenza.
Le domande sospese nell'aria restano molte.
Un libro edito da Sonzogno, " Il Libraio di Kabul",  dimostra però che, anche nel paese della guerriglia, la cultura e la sua difesa non sono morte. Ed è incredibile, ma vero che in mezzo a massacri e attentati, alla fame e alla sete, ci sia stato qualcuno che abbia salvato "diecimila volumi che parlano della mia nazione, una terra dimenticata, agli occhi del mondo una terra di orrori"
 
Asne Seierstad Il libraio è Sultan Khan, un personaggio vero che ha avuto il coraggio civile di ospitare a casa sua e per un bel pezzo Asne Seierstad, una trentenne norvegese fra le più giovani corrispondenti di guerra d'Europa. Quando entra a Kabul al seguito delle truppe alleate, una delle prime persone che lei incontra è Sultan. Nella propria bottega inizia a parlare di cosa voglia dire essere incarcerato per ben due volte in nome della libertà intellettuale, ma anche di letteratura, della situazione del Paese, della disperata dignità di una nazione in cerca di riscatto; e soprattutto della propria famiglia.
Asne vuole raccontarla, questa famiglia, in un libro, e Sultan la sorprende, "per evitare che diventi l'ennesimo testo «teorico» sull'Afghanistan", invitandola a casa propria come ospite per tutto il tempo necessario.
 
La giornalista diventa " la figlia bionda" del libraio. E dall'interno lei descrive "amori proibiti, matrimoni combinati, crimini e punizioni, ribellioni giovanili". Le donne sono umiliate e oppresse ma piene di dignità e di onore.  
In Afghanistan, infatti, tutto è rimasto come prima. A decidere sono gli uomini. Poche donne hanno smesso di usare il burka, anche se, scrive la Seierstad, le donne afgane del secolo scorso non lo conoscevano. L'introduzione al burka risale al regno di Habibullah, dal 1901 al 1919. Allora era un capo finemente ricamato, solo per principesse. Negli anni cinquanta  era diffuso in tutto il paese, ma solamente tra i ricchi. Poi avevano cominciato gli uomini pashtun a velare le loro donne, infine l'usanza si era estesa a tutte le altre comunità.
 
La testimonianza della cronista è positiva per ciò che riguarda il personaggio che la ospita rispetto al suo aprire librerie anche per i suoi figli, salvando una tradizione anche religiosa, rispettando persino i volumi antichi dei talebani. Sultan Khan viaggia molto, è colto, si muove verso un orizzonte più aperto per la conoscenza e i diritti per la libertà di tutti. E' precisa e spietata, come sa essere giustamente una donna europea moderna, quando parla di un delitto di fratelli che sopprimono una sorella innamorata di un uomo che non piace al clan. Quando descrive la malinconica preparazione di una sposa, agghindata e cibata dalle altre ragazze della famiglia che sanno che dovrà accettare l'uomo scelto dal padre, che può anche essere il fratello, magari handicappato, del marito morto in guerra. O quando il suo padrone di casa Sultan decide che la prima moglie, quella che si alza con lui alle cinque del mattino per pregare e per preparagli i vestiti e la colazione, e che gli ha dato molti figli, è troppo vecchia. E le impone una moglie di sedici anni, comprandola per tanti chili riso e un numero di pecore da un vicino di casa.
 
Con una scrittura leggera Asne Seierstad filma la vita in diretta della famiglia e della società afgana attuale, dove anche i figli maschi contano poco per scegliersi il loro avvenire, non possono allontanarsi dal lavoro scelto dal padre, non possono trovarsi una compagna senza il consenso della famiglia. L'autrice è molto abile a illustrare i chiaroscuri di una società in grande evoluzione, con gli aiuti internazionali, in alcuni settori dell'economia. Incredibilmente ferma e antica nei rapporti fra persone e fra i membri della stessa famiglia.

 
Paolo Lezziero 
Categoria: Guerra
Luogo: Afghanistan
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