02/11/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Unicredit, Bnp Paribas e Intesa Sanpaolo tra i finanziatori di cluster bombs

Scritto per noi da
Luca Rasponi

Centotrentotto banche di tutto il mondo finanziano la produzione di cluster bombs. La denuncia è dell'associazione Cluster Munition Coalition, che unisce oltre 200 Ong da tutto il pianeta contro le bombe a grappolo. Tra gli istituti di credito segnalati nel rapporto Worldwide investments in cluster munitions: a shared responsability, c'è anche Intesa Sanpaolo. "Nel luglio 2007" - recita la relazione - "Lockheed Martin (industria bellica americana tra i principali produttori al mondo di bombe a grappolo, ndr) ha rinnovato la sua attuale apertura di credito rotativo (cioè un prestito) di 1,5 miliardi di dollari fino a luglio 2012. Intesa Sanpaolo ha contribuito con 52,5 milioni di dollari al cartello delle 31 banche" erogatrici del prestito.

Qualcosa non quadra. Ma il 3 dicembre 2008 ad Oslo non è stata firmata, anche dall'Italia, una Convenzione che bandisce le cluster bombs? Vero. Però il nostro Paese è solo tra i firmatari del trattato, che non è stato ancora ratificato dal Parlamento. E se sono più di 100 le nazioni ad aver firmato la Convenzione di Oslo, le ratifiche sono ferme a 23. Beffardamente vicine alla soglia minima di 30, necessaria a rendere il trattato operativo (e dunque vincolante per i Paesi membri). Quindi Intesa Sanpaolo non è obbligata da alcun tipo di regola internazionale a sospendere il prestito erogato a Lockheed Martin. Ma le cose non sono così semplici.

Codice etico. Intesa Sanpaolo rinnova il prestito a Lockheed Martin nel maggio-giugno 2007, come riscontrato dal sito altraeconomia.it in un documento della Security and Exchange Commission, l'organismo che controlla le società Usa quotate in Borsa. L'operazione precede solo di qualche settimana la scelta di Intesa Sanpaolo di integrare il proprio Codice etico con una weapon policy che "prevede la sospensione della partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d'arma". Perché la vicinanza di due decisioni così contrastanti tra loro?

L'eccezione. Il rapporto Cmc sostiene che per migliorare la propria posizione, Intesa Sanpaolo "non dovrebbe tollerare eccezioni, ponendo fine a tutti i contatti con i produttori di bombe a grappolo, a meno di obblighi legali". Eccezioni? Sì, perché "l'attuale policy non riguarda [...] le operazioni inziate prima della sua pubblicazione ufficiale". Ecco quindi svelato il mistero: il prestito a Lockheed Martin continua ad essere erogato perché l'accordo è stato concluso prima dell'approvazione della weapon policy. Che in effetti è arrivata qualche settimana dopo la firma del rinnovo.

Spiegazioni. Una fonte interna ad Intesa Sanpaolo assicura che contratti come quello con Lockheed Martin hanno tempi di realizzazione di diversi mesi. Per cui la vicinanza tra rinnovo e weapon policy è solo una coincidenza: il controllo sulla concreta applicazione della policy è tuttora in corso di affinamento. Il contratto con il colosso Usa della difesa, poi, è in syndication, cioè in comune con altre 30 banche. Cosa che complica eventuali exit strategies. Da ultimo, l'investimento di Intesa Sanpaolo a favore di Lockheed Martin è non finalizzato. Ma l'azienda statunitense produce quasi esclusivamente armi.

La fetta più grossa. Il rapporto Cmc sostiene che "Intesa Sanpaolo deve escludere i produttori di bombe a grappolo dai suoi asset management e dalle attività d'investimento. Non solo dai prestiti". Cosa significa? Significa che sì, il prestito a Lockheed Martin è un'eccezione. Ma significa anche che il gruppo bancario finanzia indirettamente le aziende produttrici di armi, acquistandone le azioni. E lo fa tramite fondi comuni con altre banche italiane. Lo rivela uno studio che stanno realizzando il mensile di finanza etica Valori e l'Istituto di Ricerca Economica e Sociale (Ires) della Toscana: buona parte delle banche italiane, con l'eccezione di Banca Etica, possiedono titoli azionari di aziende produttrici di "armi controverse" (cluster bombs, mine antiuomo, ordigni nucleari). La classifica stilata dagli studiosi consegna il poco invidiabile primato negli investimenti di questo genere a Unicredit, che precede Bnp Paribas e, appunto, Intesa Sanpaolo. Da soli questi tre gruppi bancari, che distaccano ampiamente tutti gli altri, investono circa 480 milioni di euro in armamenti. Mezzo miliardo di euro: è la cifra che separa l'Italia da una reale adesione alla Convenzione di Oslo.