30/10/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



L'integrazione economica e turistica tra l'isola e Pechino è sempre più avanzata. Tanto che alcuni prospettano lo scenario di una riunificazione senza l'uso della forza

I circa mille missili puntati contro l'isola ci sono sempre. Ma tra la Cina e Taiwan, l'isola indipendente de facto ma non de jure che Pechino considera una provincia ribelle, il disgelo iniziato l'anno scorso procede spedito. Talmente tanto, che diversi analisti iniziano a prospettare un piano di Pechino per "assorbire" Taiwan nella madrepatria senza l'uso della forza, ma quasi per dato di fatto.

Turisti cinesi in arrivo a TaiwanCon la salita al potere del presidente taiwanese Ma Ying-jeou, favorevole a un riavvicinamento con Pechino, i due Paesi hanno preso numerose misure che li avvicinano economicamente e culturalmente. I primi voli diretti sono stati istituiti nell'estate 2008, e ogni giorno portano fino a 4.000 cinesi in visita a Taiwan. Taipei e Pechino si sono appena accordate per aprire rispettivi uffici di rappresentanza turistica nell'altra capitale. Gli investimenti cinesi a Taiwan, le cui esportazioni di componenti e semilavorati verso la Cina rappresentano una grossa fetta del Pil, hanno fatto decollare i mercati azionari dell'isola nel 2009. Per l'inizio del prossimo anno è previsto il raggiungimento di un accordo di libero scambio.

Gli accresciuti flussi turistici, alla lunga, faciliteranno la comprensione reciproca - anche se al momento molti taiwanesi si lamentano della sporcizia e delle cattive maniere dei cinesi. La sproporzione demografica, territoriale e di potere è ovviamente tutta a vantaggio della Cina, e ci sono già alcune avvisagli di come il "disgelo" si stia rivelando in alcuni casi un abbraccio troppo caldo. In particolare, perché il governo taiwanese non vuole far niente che irriti la Cina. Qualche settimana fa, Ma ha negato un visto alla leader uigura Rebiya Kadeer, che Pechino definisce una "terrorista" responsabile delle violenze di Urumqi lo scorso luglio. La Kadeer, un'imprenditrice da qualche anno in autoesilio a Washington, era stata invitata da un gruppo indipendentista taiwanese.

Gli Stati Uniti, che per una legge approvata dal Congresso nel 1979 si impegnano a fornire a Taiwan le armi che reputa necessarie alla sua difesa, osservano in silenzio, e in altri campi - il mancato ricevimento del Dalai Lama con Barack Obama - hanno già dimostrato di non voler provocare la Cina sui temi su cui è più suscettibile. Washington sta inoltre tirando per le lunghe la vendita a Taiwan di alcuni aerei da combattimente F-16. Secondo il presidente taiwanese Ma, un motivo c'è: "finora non abbiamo intravisto un atteggiamento positivo da parte degli Usa, in parte per l'opposizione della Cina", ha appena dichiarato.

Tutto ciò, mentre Pechino continua a mantenere puntati 1.000-1.500 missili verso la "provincia ribelle", il bilancio militare cinese cresce in doppia cifra da quasi due decenni e il nazionalismo di Stato - secondo cui Taiwan è sempre appartenuta alla Cina e deve rientrarci - fa sempre più proseliti: basta vedere i commenti accesi che qualche lettore un po' troppo patriottico lascia immancabilmente su qualsiasi articolo o analisi su Taiwan pubblicati online.

Molti analisti tratteggiano già il seguente scenario: una Cina sempre più potente, che in virtù della sua accresciuta forza militare e dell'importanza per l'economia mondiale scoraggia un intervento statunitense in caso di annessione, e attira a sé il "terzo territorio" - dopo Hong Kong e Macao - ceduto agli stranieri (il Giappone, nel caso di Taiwan) nel declino imperiale della seconda metà dell'Ottocento, chiudendo un ciclo storico. Si parla anche dell'applicazione del principio dell' "un Paese, due sistemi", quello applicato ai due ex territori governati dagli europei, esteso a Taiwan. Un'ipotesi al momento di fantascienza geopolitica. Ma per milioni di cinesi, già oggi, è il punto di arrivo finale.

Alessandro Ursic