27/10/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Migranti traditi e abbandonati su un'isola dell'Egeo

Scritto per noi da
Margherita Dean

 

È la mattina del 16 luglio, un ragazzo è appostato all’incrocio della strada che, dal paese di Skamià, conduce a Mitilene, capitale di Lesvos, isola dell’Egeo settentrionale, le cui coste orientali distano pochissime miglia da quelle turche. Ha messo al sole, ad asciugare, il suo cellulare bagnato dalla traversata ed aspetta qualcuno cui chiedere come andare ad Omonia. Peccato che Omonia sia la piazza centrale di Atene e questa disti 188 miglia da Mitilene. Peccato che i trafficanti gli abbiano riferito che quella che vedeva di fronte era la capitale del paese che, nei sogni e nelle false promesse, è il transito per l’Europa settentrionale, un transito oramai impossibile. In pochi minuti di stentata conversazione, nel corso della quale il ragazzo ripete ossessivamente che lui in Afghanistan non ci torna, spuntano i suoi compagni, due donne, tre bambini e cinque uomini. Uno di loro parla bene l’inglese e comunicare diventa agevole. Eppure è a me che mancano le parole. Dopo aver capito che per raggiungere Atene possono solo prendere una nave, perché, e insisto, questa è un’isola, dopo aver chiarito che le navi arrivano e partono dal porto di Mitilene e Mitilene dista 45 chilometri da dove ci troviamo, mi chiedono cosa fare. Spiego loro che le scelte sono poche, o cercano di raggiungere a piedi e nascondendosi dalla polizia il porto di Mitilene o si fanno fermare dalle forze dell’ordine per essere trasportati a Paganì, il centro d’accoglienza dell’isola.

Eppure non posso tacere il fatto che il centro è un vero inferno, condannato dalla delegazione delle Nazioni Unite per le condizioni di detenzione degli illegali ivi rinchiusi, troppi per le capacità del centro. Negli ultimi quattro anni, infatti, Lesvos è diventata una delle mete quotidiane dei profughi curdi prima, iracheni poi, afgani ora. La vicinanza con la costa turca e al tempo le dimensioni geografiche di un’isola grande (la terza della Grecia, dopo Creta e l’Eubea) sulla quale è più semplice far perder le proprie tracce, favoriscono l’ingresso illegale. Gli abitanti dell’isola si sono organizzati, chi per sfruttare la disperazione, chi per offrire un pasto, qualche vestito asciutto, un volantino di informazioni scritto in inglese. Una goccia nell’oceano del mar Egeo che, oggi 27 ottobre, conduce una barca di migranti sugli scogli del Capo Kòraka, facendola affondare. Tre adulti e cinque bambini muoiono, gli altri dieci vengono messi in salvo dai pescherecci presenti in zona. Il 45enne trafficante turco, poi arrestato dalla Guardia Costiera, è tra i superstiti. Stràtos Valamios è là, su un peschereccio, si tuffa in acqua, mani gli si aggrappano addosso, non ha tempo per pensare, ha solo paura. Paura e nient’altro che lo sforzo immane per tenere fuori dall’acqua la testa di un bimbo. Mi racconta di una naufraga che intanto nuota verso la sponda: arriva alla spiaggia ma non si alza. Non ce l’ha fatta, è morta, mi dice Stràtos, per aggiungere che la memoria di quanto successo oggi non lo abbandonerà più. Il piccolo porto di Skàla Skamiàs, vicinissimo al Capo, intanto vive il suo risveglio dal torpore dell’abitudine. L’abitudine di incontrare quasi quotidianamente migranti appena sbarcati, l’abitudine di ripetere monotonamente che non c’è molto che si possa fare, l’abitudine di cercare (ma anche rubare) le barche e motori degli illegali per poi rivenderli.

Uno schiaffo, il naufragio di stamane, all’indifferenza, mentre le sirene delle ambulanze e della polizia penetrano nelle coscienze dei discendenti dei profughi dell’Asia Minore, che vennero a vivere a Skàla Skamiàs nel 1922, in fuga dalla Turchia. Sono tutti stravolti dalle notizie terribili che arrivano velocissime: un naufragio a Kòraka, bimbi annegati, Stràtos in acqua. Il mare torna ad essere quella maledizione con cui convivere, dalla quale vivere, la pesca, il turismo ed ora questo: annegati afgani sulle sponde dell’isola. Al telefono le voci degli abitanti del paese suonano spente, non parlano, non c’è nulla da dire. Questi migranti sono morti e domani ne arriveranno altri ed altri ancora lungo una strada senza uscita.

Parole chiave: migranti, grecia, morte
Categoria: Migranti
Luogo: Grecia