28/10/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



La seconda parte della seconda udienza

Esisteva un piano strategico diviso in sei punti approvato nel maggio del '92 dall'Assemblea serba. Era una lotta per liberare e creare uno spazio vitale per i serbi. Stabilire i confini dei territori dei serbi di Bosnia tra i fiumi Neretva, Drina e Una. Alan Tieger produce una serie di mappe su base etnica della Bosnia: le macchie rosse per i serbi, le blu per i croati e le verdi per i musulmani. Le interferenze cromatiche che spezzavano il rosso andavano “eliminate”. Il primo obiettivo, dice il procuratore levando lo sguardo dal monitor dove scorrono le cartine, era, citando ancora una volta il leader della RS, “separare i serbi dalle altre due comunità che sono nostri nemici, sfruttano le nostre opportunità e non perdono occasione per attaccarci”. Per far ciò il secondo obiettivo era quello di creare un corridoio nella valle della Sava, a nord, così da poter avere una “continuità etnica” dalla Krajina fino alla Serbia, pulendo l’area di Bosanska Posavina. Stesso discorso per il terzo obiettivo: “eliminare gli ostacoli” che separano i serbi di Bosnia dalla Serbia. Le operazioni riguardavano la parte orientale della Bosnia, nella valle della Drina, dove viveva un’elevata concentrazione di musulmani, dove si trova Srebrenica, “scenario del più grande massacro su territorio europeo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”. Tieger scandisce queste parole con tono grave, lentamente, inarcando le sopracciglia. Una pausa e poi: “E’ sulla base di questo mandato che Ratko Mladic, il generale sul campo di Radovan Karadzic, ha potuto dire entrando a Srebrenica: ‘’È arrivato il momento per i serbi di prendere la propria rivincita sui turchi’’. Il risultato dell’operazione: 8000 musulmani di Srebrenica trucidati. È sulla base di questo mandato che dalle diverse municipalità arrivavano i messaggi a Karadzic di “missione compiuta”. Tieger legge alcuni estratti presi da telefonate intercettate e da documenti ufficiali interni come quelli che riguardano Foča, rinominata Srbinje (luogo dei serbi): “A Srbinje c’è un solo popolo, quello serbo. Non un solo musulmano”, o quelli di Zvornik: “La popolazione che prima era costituita per metà da serbi e per l’altra metà da musulmani, adesso è al 100 per cento serba”. Il quarto obiettivo strategico riguardava la zona sudoccidentale. Nessun musulmano doveva rimanere al di qua del fiume Neretva. 
Il quinto punto del piano riguardava l’assedio di Sarajevo. Il procuratore avverte la Corte dell’importanza, all’interno del processo, che le vicende di Sarajevo assumono. In quella città, infatti non c’erano postazioni militari; i bombardamenti e l’uso dei cecchini erano finalizzati allo scopo di terrorizzare la popolazione. “Senza Sarajevo – diceva Karadzic – la Bosnia di Alija Izetbegovic non può esistere. La città verrà divisa in due (la parte orientale doveva essere della Rs) oppure rasa al suolo”. Intorno alla città erano piazzati  cannoni e lanciarazzi per missili P65. Si sceglievano, con cura, i quartieri dove le bombe potevano fare maggior danno. “Nessuna postazione militare – ribadisce Tieger – solo civili che passeggiavano per strada. Anche mettere la testa fuori dalla finestra poteva risultare fatale. I cecchini colpivano le donne, i bambini che giocavano nella neve, le persone che uscivano per prendere l’acqua, uomini e donne che si riunivano ai funerali dei loro cari”. Questa è stata Sarajevo per 44 mesi, un inferno dove la morte poteva fare bottino in qualsiasi momento. È questa la Sarajevo che compare nei video portati in aula dalla pubblica accusa.

L’odio di Karadzic verso i musulmani traspariva in ogni suo intervento pubblico, in ogni sua comunicazione privata, in ogni ordine che trasmetteva. “Dobbiamo riconoscere che i turchi sono stati piantati nel mezzo del nostro territorio. Sono i nostri storici implacabili nemici… il loro tasso di nascite è quadruplo rispetto a quello dei serbi. Presto la piovra tossica dell’Islam controllerà i nostri spazi vitali. Non c’è dubbio che bisogna liberarsene”, dice Karadzic nel corso di una seduta dell’Assemblea. Più volte ricorrere il termine “liberarsi” e più volte Tieger s’interroga, e interroga la Corte, su quale sia il reale significato di quel “liberare”. Una domanda alla quale, ovviamente, non occorre risposta. Il sogno di Karadzic, quello di riportare i serbi ai gloriosi tempi dell’Impero di Dushan (prima che arrivassero i turchi) procedeva a ritmo serrato. Tutti gli uomini musulmani abili alle armi venivano chiusi in campi di prigionia. “Virtualmente – sostiene il procuratore dal suo pulpito – in ogni singola municipalità della RS c’era un campo di prigionia. Anche qui, a commento delle sue parole, scorrono in video le immagini del campo di Celebici: uomini piegati dagli stenti, le ossa che prepotenti spingono contro il sottile involucro umano ridotto a un velo dalla fame, sguardi persi nel vuoto, lividi, ferite, bocche semi-aperte. E si trattava di civili! Tanto che quando si pensò di svuotare i campi per scambiare i prigionieri con i miliziani della Rs catturati dai nemici, un ufficiale delle milizie del ministero dell’Interno diceva in una conversazione telefonica: “I nostri sono soldati. Noi abbiamo solo civili… che tipo di scambio possiamo fare? Civili per militari? La storia non ci perdonerà per questo”. 

Martedì 26 ottobre, ore 19.00. La Corte aggiorna l’udienza a lunedì 2 novembre, quando il procuratore potrà terminare di illustrare l’impianto accusatorio. Si riprenderà dal sesto punto: la creazione di uno sbocco sul Mar Adriatico. Contestualmente O- Gon Kwon ha fissato un’udienza procedurale per il 3 novembre in cui si deciderà definitivamente sulla difesa di Karadzic: se ancora una volta risulterà assente, si procederà alla nomina di un avvocato d’ufficio il che comporterebbe, però, uno slittamento del processo per concedere al nuovo avvocato un tempo congruo per prendere conoscenza degli atti del processo. Ma un’altra soluzione prospettabile, che eviterebbe tale dilazione, sarebbe la nomina di un “amicus curiae”, una figura super partes che garantirebbe il corretto svolgimento del processo nei confronti dell’imputato.

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Nicola Sessa

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