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Once again Mr. Karadzic is not present. Ancora una volta Mr. Karadzic non è presente in aula. Con queste parole il presidente della Corte, O-Gon Kwon, ha espresso il suo disappunto per l’assenza dell’imputato anche nella seconda udienza di martedì, così come accaduto lunedì.
Martedì 27 ottobre, ore 14.15. I quattro giudici hanno fatto ingresso nella Courtroom I. Alla loro sinistra, di fronte, il procuratore Alan Tieger è già al suo posto. L’emisfero destro, destinato all’imputato e alla difesa, è deserto. Mentre il giudice affronta le questioni procedurali, le telecamere del circuito interno indugiano a più riprese sulla poltrona blu, vuota, dove Karadzic dovrebbe sedere. L’udienza di lunedì 26 è durata solo 15 minuti. Il tempo necessario di prendere atto e mettere a verbale l’assenza dell’imputato che ha scelto di difendersi da solo.
Ma nella seconda udienza, la Corte è molto chiara: “L’autodifesa è un diritto concesso all’imputato, ma se ciò dovesse intralciare il regolare svolgimento del processo, questo diritto può essere revocato e si può procedere alla nomina di un avvocato d’ufficio”, dice O-Gon Kwon dallo scranno più alto dell’aula, prima di passare la parola al procuratore. Alan Tieger può così cominciare a illustrare l’impianto accusatorio, costituito da 11 diversi capi d’imputazione tra cui genocidio e crimini contro l’umanità. In quasi cinque ore Tieger, avvalendosi di video, stralci di intercettazioni telefoniche, verbali dell’Assemblea Nazionale della Repubblica Srpska, documenti interni dei comandi militari, ha ricostruito punto dopo punto il disegno criminoso, di quella che viene indicata agli atti come una vera e propria organizzazione criminale al cui vertice c’è una mente e un comandante supremo indiscusso: Radovan Karadzic.
La figura longilinea di Tieger, capelli argentati, volto appuntito, diventa protagonista della seconda udienza. Con voce pacata, raramente modulata da toni di umana disapprovazione, si cimenta in una serie infinita di quote, di citazioni, ora di Karadzic, poi di Ratko Mladic, di Slobodan Milosevic, e ancora di altri personaggi di secondo piano che pure hanno contribuito alla sistematica eliminazione dei bosniaci non serbi (musulmani e croati) dalla Repubblica Srpska (RS). Milosevic, l’allora presidente serbo era, secondo l’accusa, “l’alleato di ferro Karadzic”. Entrambi hanno agito di concerto per la creazione di una Grande Serbia perché era – come da conversazione telefonica tra i due – “totalmente fuori discussione dividere i serbi in stati diversi”. La pubblica accusa ripercorre tutta la carriera politica di Karadzic dalla fondazione del Srpska Demokratska Stranka (Sds) il Partito democratico serbo, alla guida dell’Assemblea serba fino all’assunzione nel dicembre 1992 della presidenza della Repubblica Srpska, divenendo di fatto l’autorità civile e militare più alta in grado.
La mano destra del procuratore, indice e pollici congiunti, picchia in un punto immaginario, nel vuoto. Dà ritmo alle sue parole e a quelle, che riporta, dei protagonisti di crimini. “Ascolterete, Vostr’Onore, dalla voce delle vittime le atrocità commesse per volontà e comando di Radovan Karadzic”, dice l’accusa rivolgendosi alla Corte. Saranno circa 300 i testimoni che la procura chiamerà a supportare le sue tesi. Racconteranno dei campi di prigionia, come quello di Celebici e Manjaca, di Omarska e Kula, della vita quotidiana a Sarajevo, quella Sarajevo che doveva diventare “un calderone - ebbe a dire Karadzic - in cui 300 mila musulmani saranno trucidati, spariranno dalla faccia della terra”. Ed è per questo che la città multiculturale, in cui per secoli etnie e religioni diverse hanno vissuto in armonia è stata cinta sotto assedio per 44 mesi. Ed è per questo (lo si vede in uno dei video presentati a carico), che Karadzic si reca personalmente sulle colline che circondano la città per scegliere, armato di binocolo, i punti migliori dove piazzare l’artiglieria e 20mila uomini dell’esercito.
Nicola Sessa