21/10/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Il vertice in Bosnia tra i politici locali e Ue e Usa, sulle riforme costituzionali, verso il nulla di fatto

Peggio di così, non poteva iniziare. Come da accordi presi il 9 ottobre scorso, durante il primo vertice, la comunità internazionale e i partiti principali della Bosnia-Erzegovina si sono ritrovati ieri nella base militare di Butmir, alle porte di Sarajevo, sede del comando generale dell'Eufor, il contingente militare dell'Unione Europea. Ma il copione è quello del fallimento annunciato.

la firma degli Accordi di Dayton nel 1996"Abbiamo avuto discussioni abbastanza produttive, ma la soluzione non è vicina. Non penso che risolveremo i problemi della Bosnia in una volta sola", ha commentato il ministro degli Esteri della Svezia (presidente di turno Ue) Carl Bildt, aggiornando la riunione a oggi. 
Milorad Dodik, primo ministro della Repubblica Srpska, entità serba che con la federazione croato-musulmana forma la Bosnia-Erzegovina, ha respinto per primo la proposta della trojka di negoziatori della comunità internazionale, ritenendola lesiva degli interessi della sua comunità e dello stesso Accordo di Dayton, che nel 1996 pose fine alla guerra costata 100mila morti e due milioni di profughi. Bildt e il sottosegretario di Stato Usa James Steinberg e il commissario all'Allargamento Ue Olli Rehn avevano presentato il 9 ottobre scorso una bozza di accordo, invitando i leader politici a riflettere.
Dodik, però, ha affermato che "i principi di base degli accordi di Dayton e il contenuto del pacchetto sono su una linea diametralmente opposta. Stati Uniti ed Europa sono secondi rispetto agli interessi del nostro Paese''. Secondo Dodik il rischio per la comunità serba, qualora passasse l'accordo proposto dalla trojka, è di non contare più nulla nei processi deisionali, al punto da riconsiderare l'idea del referendum per l'autonomia della Repubblica Srpska.

Dopo le dichiarazione di Dodik, anche gli altri leader hanno espresso le loro perplessità.
Dragan Covic, leader della comunità croata, ha respinto la proposta di modifiche costituzionali che sono stati presentate dai negoziatori, come ha fatto Haris Silajdzic, membro musulmano della presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina.
Il vertice, ancora in corso, ha uno scopo chiaro: dare un futuro alla repubblica della ex-Jugoslavia che è rimasta bloccata in un eterno dopo guerra. Secondo l'Accordo di Dayton, dallo smembramento della ex-Jugoslavia nasceva la Bosnia-Erzegovina, composta da due entità: la federazione croato-musulmana e la Repubblica Srpska, dei serbi di Bosnia. Da quel giorno, però, tutto è rimasto paralizzato a causa della difficile convivenza tra le tre anime del Paese. L'architettura istituzionale, che rispecchia la divisione tra croati, serbi e musulmani, è diventata un meccanismo farraginoso, incapace di produrre riforme e di programmare lo sviluppo.
Il commissario all'Allargamento dell'Ue Olli Rehn, il 14 ottobre scorso, presentando al Parlamento europeo il rapporto sull'Allargamento, ha tracciato un quadro disarmante per la situazione bosniaca.
''La Bosnia-Erzegovina rischia seriamente di rimanere indietro rispetto agli altri paesi della regione", ha detto Rehn. ''I progressi delle riforme sono stati molto limitati: il Paese deve essere in grado di reggersi da solo. Non si può entrare nella Ue in una situazione di semi-protettorato''.

L'allusione di Rehn è ai poteri dell'Ufficio dell'Alto Rappresentante della Comunità Internazionale (Ohr), istituito dagli Accordi di Dayton. La carica è ricoperta adesso da Valentin Inzko, diplomatico austriaco, nominato l'11 marzo 2009. Il suo mandato è quello di implementare il processo di pace in Bosnia, impegnarsi tra le parti dell'Accordo per agevolarne la cooperazione, coordinare le attività della comunità internazionale in Bosnia-Erzegovina. Il problema, però, è che questa figura ha finito per essere il parafulmine dell'incapacità degli amministratori delle tre comunità di assumersi una responsabilità di governo condivisa.
''L'Accordo di Dayton è certamente la miglior Costituzione che poteva essere scritta in tre settimane e in un aeroporto. Si tratta in primo luogo di un accordo che pose fine alla guerra e alle sofferenze della popolazione. Questo, però, accadeva 14 anni fa. Ora i tempi sono maturi per ulteriori iniziative'', ha dichiarato Inzko. ''Spero che i politici bosniaci siano consapevoli di questo. Stiamo lavorando per trasformare l'Ufficio dell'Alto Rappresentante in un Ufficio di un inviato Ue. L'obiettivo è chiaro: passare da dall'Accordo di Dayton alla direzione di Bruxelles, sostituendo la logica di quel documento con quella dell'Unione Europea''.

L'immagine di una comunità internazionale unita per il bene della Bosnia, però, trae in inganno. Poche ore prima del vertice, infatti, tre diplomatici che in passato hanno ricoperto la carica di Alto Responsabile (Paddy Ashdown, Christian Schwartz-Schilling e Wolfgang Petritsch) avevano sottoscritto un documento congiunto nel quale criticavano la bozza di accordo emersa dal precedente vertice di Butmir.
La mancanza della Russia al tavolo delle trattative, per esempio, è un grave errore che non tiene conto dello storico ruolo di Mosca nella regione. Alexander Botsan Kharchenko, ambasciatore russo a Sarajevo, membro della delegazione russa ai tempi di Dayton, in una recente intervista ha dichiarato: ''Non esistono al momento le condizioni per mutare l'architettura di Dayton, ma bisogna lavorare per farla funzionare. Usa e Ue hanno accelerato il processo di Butmir per i loro interessi, tutti presi come sono a coinvolgere la Bosnia nel processo d'integrazione euro-atlantica''.
Anche Ue e Usa, in fondo, hanno un'idea differente rispetto all'Ohr: per Bruxelles la riforma della Costituzione può avvenire dopo la chiusura dell'Ufficio, ma deve avvenire prima dell'adesione all'Unione, mentre gli Usa premono sempre più sulla nuova Carta fondamentale, chiamata Dayton 2. Non si capisce, dunque, perché dai leader bosniaci ci si aspetta una coesione che non esiste neanche nella comunità internazionale, anche se certe dichiarazioni non aiutano il dialogo. Sulejman Tihic, leader del Sda, il principale partito musulmano, è arrivato a dichiarare: ''Se continuiamo così, il problema non sarà quello di capire se ci sarà un conflitto, ma solo quello di capire che tipo di conflitto sarà e quando avverrà''.

Christian Elia

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