23/10/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Il ritorno delle radne akcije, sessioni di lavoro volontario, che servirono per costruire la Jugoslavia di Tito

scritto per noi da
Francesca Rolandi

Nel villaggio di Donji Podgradci, appartenente alla Repubblica Srpska, entità serba della Bosnia, a pochi chilometri dalla frontiera croata, si è svolta dall'1 al 10 ottobre 2009 un'iniziativa che ha catturato un po' di attenzione da parte dei media ma soprattutto del popolo dei blog dell'area ex jugoslava.

Qualche centinaio di persone, principalmente giovani, sono state protagoniste di un'azione di volontariato, aiutando i contadini del luogo nei lavori agricoli. A promuoverla sono state le associazioni Josip Broz Tito di Serbia, Bosnia e Croazia e il nome sotto cui questo progetto è stato presentato, radna akcija, è capace di fare ancora breccia nei cuori di molti nostalgici dell'area. Le radne akcije, infatti, erano le iniziative di lavoro volontario promosse nella Jugoslavia socialista per incanalare le energie e lo slancio - più o meno volontaristico - della gioventù verso obiettivi considerati necessari per lo sviluppo del paese. Non è un caso, infatti, che, nonostante le prime radne akcije si svolsero durante la seconda guerra mondiale nelle retrovie dell'esercito partigiano, il loro periodo d'oro fu quello del dopoguerra, quando contribuirono alla ricostruzione del paese devastato dalla guerra. Attraverso condizioni di lavoro durissime, pala e piccone in mano, generazioni di jugoslavi scavarono milioni di metri cubi di terra, parteciparono alla costruzione di ponti, tunnel e fabbriche. Quanto queste iniziative fossero animate dall'ideologia o dallo spirito di abnegazione, e quanto piuttosto da altri motivi, è difficile dirlo, fatto sta che molte delle opere infrastrutturali che permisero la ripresa del paese furono in parte o in tutto opera del lavoro volontario.

La Jugoslavia, dal dopoguerra fino ai primi anni Cinquanta, era un paese chiuso verso l'esterno, repressivo e dogmatico, ancora lontano dal "socialismo dal volto umano" che negli anni a seguire sarebbe stato associato all'immagine della paese. Frutto del lavoro volontario furono diversi tratti delle ferrovie bosniache (del lavoro per la linea Brčko-Banivići scrisse il grande letterato Miroslav Krleža), nonché la costruzione in due fasi dell'autostrada che collega Lubiana, Zagabria e Belgrado, e il cui nome ("Fratellanza e unità") oggi suona come una beffa. Le radne akcije continuarono nei decenni fino a che esistette il paese che le aveva ispirate. Non è un caso che la radna akcija di Donji Podgradci, la prima ad essere stata organizzata dopo la guerra degli anni Novanta abbia avuto luogo proprio in Bosnia, forse la repubblica della ex-Federazione dove la nostalgia è più forte. Quando si parla di Jugonostalgija, spesso si tratta una memoria che non ha neppure molto a che fare con la politica, quanto piuttosto con il ricordo di un passato in cui si viveva meglio e dove le divisioni attuali sembravano lontane. E, seguendo direttrici opposte, più il presente vede un peggioramento delle condizioni di vita, più il passato diventa sempre più splendente.

Forse non è un caso che in questo momento di crisi anche nelle due repubbliche più settentrionali della federazione la Jugonostalgija stia crescendo, tanto che alcuni mesi fa il consiglio comunale di Lubiana abbia deciso di dedicare una via della città al maresciallo Tito. Lontani dal riproporre una rivalutazione complessiva del regime jugoslavo, questi fenomeni e le associazioni che li promuovono insistono sul paragone tra un passato mitizzato e un presente più o meno difficile o disastroso. Così ad un senso di giustizia sociale che non era percepito solo come retorica, si contrappongono la svendita odierna delle risorse e delle privatizzazioni torbide, al ricordo di aver fatto parte di un paese importante e rispettato a livello internazionale la condizione di ghetto d'Europa in cui una parte dei Balcani è oggi costretta dall'Unione Europea, alla convivenza le barriere etniche attuali. Anche il ricordo delle "radne akcije" non è fatto tanto di lavoro stakanovista e di ideologia, quanto di amori, ricordi condivisi, feste e di un tempo in cui la tempesta doveva ancora arrivare.

I partecipanti, a Donji Podgradci, sarebbero potuti essere di più, secondo gli organizzatori, se la Croce Rossa della vicina città di Gradišta avesse mantenuto le sue promesse, offrendo ospitalità ai volontari che sarebbero dovuti arrivare dai paesi confinati. Dušan Malešević, segretario generale del Partito comunista della Bosnia Erzegovina, racconta di aver voluto per anni organizzare una radna akcija e di esserci alla fine riuscito nel suo paese natale. "Il motivo che mi ha spinto a farlo", spiega ai media, "è stata la durezza della vita e del lavoro dei contadini. Nessuno si preoccupa di loro, le cui condizioni, in questo sistema capitalistico, sono pessime". In molta parte del territorio ex jugoslavo è sufficiente uscire di pochi chilometri dalle città per vedere precipitare drammaticamente le condizioni di vita dei contadini. Si annuncia la preparazione di una nuova iniziativa a Sanski Most per la ripulitura di un sito storico partigiano e la riparazione dell'ospedale cittadino, e di altre minori su tutto il territorio partigiano. Malešević si dichiara convinto che il tempo delle radne akcije tornerà presto.