20/10/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



La riforma delle università rischia di cancellare l'unico corso di studi in Scienze della Pace attivo in Italia

Per quest'anno i corsi si terranno regolarmente. Ma non per questo gli studenti iscritti alla facoltà di Scienze della Pace, dell'Università di Pisa, possono dormire sonni tranquilli. Le probabilità che la laurea triennale o quella specialistica vengano cancellate a partire dall'anno prossimo sono alte. Colpa dell'ultima riforma universitaria che impone di risparmiare e di tagliare buona parte dell'offerta accademica nata negli ultimi anni. "In questo momento il vincolo maggiore che ci viene imposto per mantenere in funzione il corso è quello di avere almeno quattro docenti di ruolo per ogni di anno di corso, indipendentemente dalla materia che insegnano" - ci spiega al telefono Giorgio Gallo, presidente del corso di laurea.

La facoltà di Scienze della Pace, però, è nata solo nel 2001 per iniziativa di un gruppo di professori sull'onda del dibattito suscitato dalla missione italiana in Kosovo, e si avvale della collaborazione di molti docenti dell'ateneo che hanno accettato di insegnarvi semplicemente aggiungendo le ore ai corsi che già tenevano, alcuni addirittura a titolo gratuito, mentre gli insegnamenti mancanti sono stati affidati a contratti esterni o a mutuazioni. Così si arriva all'assurdo di una riforma che, nata per ordinare ed economizzare, rischia di cancellare una realtà che dava grande prestigio all'ateneo senza pesare sul budget universitario. Ammesso, sostiene polemicamente il professor Gallo, che il vero intento della riforma fosse quello di risparmiare e non di affossare l'università pubblica a vantaggio di quella privata.

Salvare il corso di laurea in Scienze della Pace, un corso unico in Italia (ne esiste uno simile a Firenze ma è maggiormente indirizzato verso la cooperazione economica) richiede una forte volontà politica che al momento, al di là della solidarietà espressa dal Comune e della Provincia di Pisa, non si vede. "Una delle difficoltà maggiori che incontriamo - riprende il professor Gallo - è quella di far capire a livello nazionale la serietà degli insegnamenti che proponiamo, che hanno un fondamento scientifico forte negli studi per la pace che si sono sviluppati negli Stati Uniti e nel Nord Europa dagli anni '50 in poi. La pace non è l'assenza della guerra, ma l'assenza della violenza nella sua accezione più ampia, fino a comprendere quella strutturale di un sistema economico che crea povertà ed emarginazione. E costruire un percorso che porta una comunità a trovare una soluzione partecipata ai propri problemi richiede un approccio multidisciplinare: legale, ambientale, storico, economico, sociologico, culturale, biologico... Ogni materia può apportare il proprio contributo".

Intesa in questo senso, viene anche naturale scoprire che gli sbocchi di questa facoltà non sono necessariamente solo i teatri post bellici posti alle estremità del mondo, ma anche quelli dietro casa. "Alcuni ragazzi che si sono laureati con noi sono andati a lavorare in Afghanistan, Thailandia, Marocco - conclude il professor Gallo - Altri, invece, hanno trovato impiego in progetti regionali o nelle amministrazioni locali. Ogni comunità dovrebbe avere un mediatore che aiuti a risolvere i problemi e i conflitti sociali con delle soluzioni partecipate. Purtroppo da noi questa figura è ancora poco delineata, ma qualcosa si sta muovendo".