Scritto per noi
da Francesco Fantoli
Pur non conoscendo il Benin o il Burkina Faso sento di essere vicino al giusto
nel definire Haiti un paese unico.
Ma forse in Italia o nel mondo anche ad attenti osservatori sfugge l'unicita'
di Haiti.
Qui e' tutto teatrale, spesso anche surreale e la piu incredibile delle fantasie
viene sempre superata dalla realta'.
L'Africa c'entra, per carita', ma ad Haiti oggi si ha l'impressione chiara di
vivere un caso unico, un caso di schizofrenia collettiva.
Le rimesse, fonte di vita. Gli Haitiani sono circa 11 milioni, 8 vivono in Haiti e 3 milioni sono divisi
tra Usa, Canada, Francia e molti Paesi confinanti caraibici, primo tra tutti la
Repubblica Dominicana, dove almeno un milione di Haitiani l'anno va e viene in
cerca di fortuna o solo di un po' di pane. Tutti fanno dunque riferimento al parente lontano, e' lui che comanda decide
dispone e finanzia la propria famiglia.
Vivere oggi. Gli Haitiani che vivono all'estero, "la diaspora", invia 2 milioni di dollari
al giorno in Haiti, perche in quest'isola non esiste lavoro, e, quando si trova, spesso è roba da schiavi o da animali da soma, spesso pagato
meno di 2 euro al giorno.
E con tutta la buona volonta' del mondo, un padre di famiglia, magari numerosa,
con 2 euro al giorno non sopravvive. nemmeno ad Haiti dove un piatto di riso,
fagioli e pollo per strada costa 25 gourdes -la moneta locale, mezzo euro, mille
delle nostre vecchie lire.
Tutti contro tutti, in un clima violento. Già qui i primi sintomi di schizofrenia collettiva sono evidenti. Il vero aggravarsi della malattia è però nella coscienzadi questi benedetti haitiani,
perchè nella loro testa sta scritto che tutti son contro tutti, 11 milioni di
persone contro 11 milioni. A parte la propria famiglia. In tutto e per tutto, è sempre tutti contro tutti.
Presidente contro primo Ministro, esercito contro polizia, diaspora di Chicago
contro
quella di New York, magistrati contro politici, protestanti contro cattolici,
politici contro giornalisti, nordisti contro sudisti. E poi ancora, neri contro bianchi, ricchi contro poveri, mulatti contro cinesi, tutti, sempre, contro tutti.
In un incontro per la stampa, anche il sindaco di un piccolo comune del sud est
era continuamente interrotto dal vice sindaco, che ci teneva a dire che lui la
pensava diversamente dal suo sindaco, su tutto, nulla escluso. Uno contro l'altro.
Un caso da psicoanalisi collettiva.
In attesa delle elezioni. A volte vien da pensare che ad Haiti più che soldi, eserciti e missionari serva
un buon dottore, uno specialista in casi di follia collettiva.
E così, volenti o nolenti, ci stiamo preparando alle elezioni. Già più di cento
partiti costituiti (tutti contro tutti). Un turno ad ottobre, il secondo a novembre.
Con possibilita' di ballottaggio (molto probabile) a dicembre.
Saranno altri tre mesi difficili, con prevedibili violenze, e con una fase preparatoria
complicatissima, che prevede innanziututto, la distribuzione di 4 milioni di tessere
elettorali ad un popolo censito (si fa' per dire) nel 1982 l'ultima volta.
Strutture e servizi deficitari. Haiti è un Paese in ginocchio, letteralmente distrutto, dove all'interno dei
ministeri
regna un caos terrificante, dove negli uffici pubblici ci puoi mettere 4 giorni
in fila, giorno e notte, per avere un atto di nascita o una carta d'identità.
Dove per andare dalla capitale ovunque in provincia, 100 km si percorrono in 5
ore se non ci sono contrattempi.
Una rete stradale allucinante, unica, mentre i collegamenti navali, su grossi
velieri, ha tempi ultra africani, le partenze vengono rinviate regolarmente, la
navigazione prevede spesso scali intermedi, da Port au Prince a Pestel, 100 miglia
nautiche circa, ci si può mettere anche una settimana, quando va bene; i naufragi sono
una consuetudine, rinverdita purtroppo solo 15 giorni fa nelle vicinanze di Cap
Haitien (20 affogati).