
Poche centinaia di chilometri separano le due regioni colpite da quelle che le
Nazioni Unite hanno definito le più gravi emergenze umanitarie del mondo: Ituri
e Darfur.
Messi insieme, questi due nomi producono dati allarmanti: 40mila morti al mese,
una media di circa 1300 al giorno a causa di massacri, fame e malattie, senza
considerare i gravi danni psicologici e sociali arrecati alle comunità di profughi
che crescono con l’andare dei giorni.
Una crisi, quella che ha colpito il cuore del continente africano, a cui l’Onu
per primo non riesce a far fronte, nonostante le ormai numerose dichiarazioni
dei suoi osservatori e portavoce.
Fino a pochi giorni fa spettava al Darfur, dilaniato ormai da due anni dalla
guerra civile, l’etichetta di biggest, most neglected humanitarian emergency in the world today (la più grande e ignorata emergenza umanitaria del mondo attuale). Ma in settimana
l’inviato speciale del Palazzo di Vetro, Jan Egeland, ha fatto sapere che alla
regione nord-orientale della Repubblica Democratica del Congo, l’Ituri, spetta
il primato, con il triplo dei morti (circa mille) al giorno.
Darfur: le cifre aumentano. L’ultima stima degli osservatori internazionali nel Sudan occidentale è di 180mila
morti, 200mila profughi e quasi due milioni di sfollati interni.
L’arrivo della stagione secca nella regione, un luogo in gran parte inospitale,
minaccia inoltre le riserve alimentari della popolazione, che potrebbe essere
colpita da nuove carestie. Mentre si susseguono gli appelli e le minacce di sanzioni
da parte della comunità internazionale, il governo sudanese continua a negare
categoricamente di appoggiare e finanziare le milizie janjaweed, accusate di genocidio dalla popolazione del Darfur e responsabili dei principali
massacri e saccheggi di villaggi e centri abitati.
Intervistato giorni fa da un giornalista dell’emittente statunitense Cnn, che
gli ha mostrato alcune foto aeree di villaggi bruciati e distrutti, Khidir Haroun
Ahmed, ambasciatore del Sudan a Washington ha risposto: “Questa foto potrebbe
essere stata scattata in qualsiasi parte del mondo. Non c’è nulla che possa provare
che questo villaggio sia davvero in Sudan”.
Ma in Darfur, molti membri delle organizzazioni internazionali e non-governative
intervistati da PeaceReporter sostengono che il vero problema è la mancanza di sicurezza, che rallenta e ostacola
gli aiuti alla popolazione civile.
“Senza sicurezza tutto diventa più difficile”, afferma Sally Austin, coordinatrice
di Care International da Nyala, nel Darfur meridionale. “Molti sfollati non possono
uscire dai propri rifugi nei campi per procurarsi il cibo, senza rischiare di
essere uccisi, picchiati o derubati dai janjaweed. Per noi è già un problema capire dove sistemare tutta la gente che ci viene
a chiedere aiuto. Da febbraio arrivano tra le 200 e le 250 persone al giorno.
Hanno perso tutto e chiedono cibo, qualche telo di plastica per ripararsi
e dell’acqua. Tra di loro ci sono anche tanti contadini il cui raccolto è stato
completamente distrutto”.
L’emergenza e la guerra stanno inoltre producendo un’intera generazione di orfani
bisognosi di assistenza psicologica per i traumi riportati dagli attacchi e dalle
continue fughe.
”Raccogliamo bambini di cinque o sei anni che hanno perso entrambi i genitori
nelle scorribande dei janjaweed, dice Ahlam Mahdi Saleh, direttrice di un piccolo orfanotrofio di Nyala, che
ora ospita una trentina di bambini. Non abbiamo abbastanza medicine, ma soprattutto
ci manca qualcuno che faccia assistenza sociale. I bambini sono terrorizzati.
Non appena sentono il rumore di un aereo cominciano a gridare e a piangere”.
Mentre la meningite e la dissenteria mietono vittime tra i più deboli nei campi,
c’è chi sostiene che con una maggiore copertura mediatica la situazione umanitaria
non sarebbe poi così grave. “Quando c’è stato lo tsunami la stampa mondiale si è mossa, lanciando appelli che hanno prodotto milioni
di dollari nel giro di qualche giorno. Qui non è così, anche perché il governo
impedisce ai giornalisti di raggiungere le aree più disastrate”, dice il portavoce
di un’organizzazione che vuole mantenere l’anonimato.
In settimana la Nigeria, il cui presidente Olosegun Obasanjo è il principale
mediatore in terra africana nei colloqui di pace tra governo e ribelli, ha proposto
di istituire un tribunale speciale che giudichi i crimini di guerra commessi in
Darfur. Ma lo stallo politico continua.
Gli Stati Uniti si oppongono all’apertura di un fascicolo-Darfur da parte della
Corte Penale Internazionale, di cui sono fieri oppositori. E la Cina non vuole
applicare sanzioni contro il governo sudanese, con il quale ha accordi per l’estrazione
del petrolio nel sud, dove il processo di pace muove i primi passi.
Ora l’Onu chiede un maggior dispiegamento di truppe dell’Unione Africana nella
regione: gli appena duemila soldati dislocati su un territorio grande come la
Francia non possono fare molto per proteggere la popolazione dagli attacchi dei
janjaweed.
Ituri: lontano da tutto e tutti. Negli ultimi mesi la situazione umanitaria della regione congolese si è aggravata
ulteriormente, scalzando, come si è detto, il Darfur nella lista nera delle crisi
dimenticate. Mille morti al giorno sono un numero che Jan Egeland ha recentemente
definito “il più alto nel mondo”, aggiungendo che tre milioni di persone hanno
bisogno di assistenza immediata per scongiurare una carestia di dimensioni bibliche.
Il recente massacro di nove caschi blu bengalesi nel villaggio di Kakwa, nei
pressi di Bunia, da parte di un gruppo di miliziani attivi nella zona e la successiva
rappresaglia da parte dei peacekeepers hanno riportato, anche se per poco, l’attenzione sul dramma che la popolazione
civile di questa regione vive ormai dal 1999. Diversi gruppi armati si sono scontrati
da allora in Ituri e due di questi, L’Upc e l’Fni, continuano a massacrarsi, colpendo
ripetutamente la popolazione civile.
La questione etnica c’è – nei due gruppi militano rappresentanti
delle tribù Hema e Lendu, a lungo acerrime rivali – ma quella politica
(il coinvolgimento delle vicine Uganda e Ruanda) ed economica (lo
sfruttamento delle risorse) sono preponderanti. Entrambi i gruppi si
sono macchiati di atrocità di ogni tipo e la loro presenza costringe
alla fuga la popolazione, che si ammassa nei campi sfollati.
”Il problema è che lo stato non è mai intervenuto e questo ha fatto sì che tra
le comunità Hema e Lendu si creassero piccoli staterelli autonomi con un proprio
esercito”, afferma da Bunia Sonia Bakari, che lavora ad alcune inchieste speciali
per i massacri sulla popolazione civile in Ituri per conto delle Nazioni Unite.
“Le milizie sopravvivono anche riscuotendo dazi e tasse nei villaggi, oltre a
commettere numerose violazioni dei diritti umani. Negli ultimi giorni 260 dei
loro membri sono stati arrestati, tra cui anche alcuni capi. Ma i campi profughi
restano pieni di persone bisognose. La comunità internazionale ha appena cominciato
a muoversi per loro, bisognerà attendere”.