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Proprio nella settimana in cui il prezzo del petrolio si è impennato fino a 58
dollari al barile, il Senato di Washington ha in sostanza dato il suo sì alla
trivellazione nel Parco Nazionale Artico dell’Alaska, un territorio incontaminato
sul quale da anni le compagnie petrolifere avevano messo gli occhi. E’ una sconfitta
per gli ambientalisti, che in passato erano riusciti a bloccare il progetto, e
una vittoria per il presidente George W. Bush, che ne aveva fatto una questione
di sicurezza nazionale e aveva ripetutamente invitato il Congresso a dare il via
libera ai lavori.
Un ecosistema delicato. L’Arctic National Wildlife Refuge, diventato territorio protetto per merito
del presidente Eisenhower nel 1960, si estende su oltre 76mila chilometri quadrati,
un quarto della superficie dell’Italia, ed è l’habitat naturale per gli orsi polari,
i caribù e milioni di uccelli migratori. La zona interessata dalle trivellazioni
sarà in realtà solo un’area costiera di circa 5mila kmq, grande quanto la Liguria,
ma gli ambientalisti temono che l’arrivo dell’industria petrolifera potrebbe sconvolgere
un ecosistema già di per sé delicato.
Serve davvero? Molti critici credono comunque che il gioco non valga la candela. Oltre ai temuti
danni all’ecosistema, bisogna considerare che la quantità di petrolio presente
in Alaska non è poi così grande: se gli Usa da domani consumassero solo il greggio
del Parco Nazionale Artico, quei 10 miliardi di barili basterebbero per neanche
un anno e mezzo. Al picco della produzione, che non sarà comunque raggiunto prima
di 25-30 anni, da lì uscirà al massimo un milione di barili al giorno. Sono comunque
discorsi che varranno in un futuro neanche troppo vicino: prima del 2010, concordano
gli esperti, dall’Alaska non uscirà una goccia di petrolio. Almeno per altri cinque
anni, quel territorio rimarrà incontaminato.Alessandro Ursic